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Natale in Palestina? 3

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Le colonie israeliane, chiazze che si allargano sul territorio palestinese. Ce ne sono circa 450.000 in Cisgiordania, la metà delle quali a Gerusalemme, e crescono, secondo i dati ONU, di un 5,5 per cento l’anno.

Secondo gli accordi della Road Map del 1994, le colonie avrebbero dovuto essere “congelate”: quelle che c’erano continuavano a esistere, ma non ne sarebbero state create di nuove: le ultime parole famose.

Sono ottimista e credo che prima o poi i palestinesi avranno il loro Stato: dopotutto, come si fa a pensare che la situazione rimarrà sempre così? Ci dovrà essere uno Stato di Palestina; una federazione sarebbe, per ovvi motivi, almeno coi dati di oggi, impensabile.

La resistenza palestinese ci sarà sempre; o ci si mette d’accordo o cosa si fa, si sterminano tutti? Bisogna anche essere un po’ realisti.

Però, nonostante queste considerazioni, mi viene paura a pensare a cosa succederà allora. Anche i coloni sono persone, non tutti sono violenti.

Se e quando si creerà lo Stato palestinese cosa succederà a queste persone? Saranno sfollati sul territorio palestinese? Rifugiati in qualche altro Paese?

È un dramma umano, prima che politico. Le persone sono persone sempre.

Torniamo al problema della terra, che non si ferma alle colonie.

Oltre a queste ci sono, numerosissime, le aree militari. Anche in zone dove prima vivevano i palestinesi.

Pensate un po’: un bel giorno il governo decide (e non è nemmeno il vostro, di governo) che al posto di casa ci deve essere un’area di esercitazione militare. E quindi cosa fa?

Ti fa sloggiare.

Butta giù la tua casa.

Occupa i tuoi campi, e magari te vivevi di agricoltura e pastorizia, quindi non hai più niente per mantenerti, e mantenere la tua famiglia.

Come se non bastasse, ti manda via. Via dalle tue terre, dai posti in cui sei nato e dove sei cresciuto. E dove puoi andare?

Ogni tanto riescono a restare, i palestinesi. Gli israeliani gli distruggono le case e loro, pazienti come formichine, le ricostruiscono. Un po’ come la tela di Penelope.

Ci sono anche associazioni internazionali presenti sui territori che organizzano campi di un mese circa: importano persone da tutto il mondo per ricostruire le case.

È un modo per lanciare un messaggio ai palestinesi: vi siamo vicini, vi appoggiamo, non siete soli.

Un modo per dire agli israeliani: vi teniamo d’occhio, sappiamo quello che fate e non lo approviamo.

Un modo per essere testimoni attivi di quello che succede là una volta tornati a casa.

C’è chi dice che non serva a niente, perché le politiche dei governi vanno avanti a prescindere. Sicuramente è una goccia nel mare. Ma è qualcosa. È meglio del niente, dell’indifferenza, del silenzio. Il silenzio rende complici, informarci è un passo avanti.

Parlare anche della resistenza non violenta. Una resistenza difficile ma non impossibile. Ci sarebbe anche da domandarsi se noi, italiani, crediamo nella resistenza non violenta.

Con tutte le atomiche sul nostro territorio, “dimenticate” dai soliti sbadati (USA).

Con tutte le armi che produciamo ed esportiamo (siamo i secondi esportatori mondiali di armi leggere, sempre dopo gli Stati Uniti).

Per riassumere ai problemi della terra possiamo ascrivere le voci: colonie; spazi per le esercitazioni militari; e poi, quasi stavo dimenticando, i parchi naturali.

Eh già, i parchi naturali sono ben una bella cosa. Ma com’è che Israele costruisce dei campi naturali e in mezzo, o vicine (e sovrapposte in alcune parti), ci mette delle aree militari?

I palestinesi non possono vivere nei parchi naturali. I soldati sì.

In tutto questo bailamme non ho ancora detto del famigerato muro, la cui costruzione, iniziata nel 2002, va avanti tutt’oggi. “Rete di sicurezza” per gli uni, “muro dell’apartheid” per gli altri.

Di sicuro è inutile. Di sicuro ci riporta indietro nella storia di qualche bel decennio (anche se volendo si potrebbe ricordare il muro che gli Stati Uniti hanno costruito sulla frontiera con il Messico, per “fermare l’immigrazione”).

È stato condannato dalla comunità internazionale. Costa 4 milioni di euro per chilometro, ed è lungo all’incirca 730 (chilometri). Provate a moltiplicare 730 per 4 milioni (di euro, non dollari statunitensi o pesos argentini).

Una considerazione sorge spontanea: quante iniziative (salute, istruzione, infrastrutture) si sarebbero potute realizzare con questi soldi, invece di buttarli via così? (3. fine)

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LIBRI

Sana’a e la notte

"Sana'a e la notte" di Elena Dak - Alpine Studio - collana Orizzonti, 2012

Vogliamo vivere qui tutte e due

"Vogliamo vivere qui tutt’e due" di Amal Rifa’i e Odelia Ainbinder - Tea, 2003



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