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Messina, un secolo nelle baracche - foto : Gloeden, Wilhelm von (1856-1931) - Sopravvissuti al terremoto di Messina, 1908 © Wikipedia
Gloeden, Wilhelm von (1856-1931) - Sopravvissuti al terremoto di Messina, 1908 © Wikipedia

Messina, un secolo nelle baracche

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Gli eventi naturali che hanno sconvolto alcune delle aree più povere del pianeta durante queste settimane, hanno certamente sconvolto la coscienza di parecchie persone.

Cina ed ex Birmania (leggi: Myanmar) sono sembrate tuttavia molto lontane, non soltanto in chilometri.

Ma quanto ci vorrà per ricostruire? Saranno in grado i governi locali di far fronte ad una simile calamità?

Domande pertinenti, condivisibili, dette forse con superficialità e perfino con la solita “sufficienza occidentale” che ci contraddistingue.

Eppure, senza guardare così lontano, pure nel nostro “belpaese” i problemi sono all’ordine del giorno, anche per quanto riguarda i terremoti.

Forse in pochi ricorderanno l’immane sciagura che colpì Messina poco più di un secolo fa.

Ma perché parlare di un fatto così lontano dalla nostra epoca? La risposta è peggio di quanto si possa immaginare, anche se gli italiani hanno ormai imparato, durante la loro travagliata storia, a non stupirsi di nulla.

A cent’anni di distanza, le baracche costruite per far fronte all’emergenza sono ancora in piedi, e sono abitate.

28 dicembre 1908, ore 5:21 del mattino; i messinesi sono quasi tutti ancora tra le braccia di Morfeo, nella quasi completa oscurità della notte che si avvicina al mattino.

All’improvviso, i sismografi di mezzo mondo impazziscono: una serie di scosse e di assestamenti di spaventosa potenza squarciano l’immobilità della città siciliana.

Decimo grado della scala Mercalli, con successivo, furibondo maremoto a distruggere quel poco che era rimasto in piedi dopo il sisma.

Ottantamila morti, migliaia di feriti ed il 90 per cento degli edifici distrutti, senza distinzioni tra ricchi e poveri.

I soccorsi non tardarono ad arrivare, pur tra numerose polemiche, legate all’ormai proverbiale disorganizzazione delle istituzioni.

Per far fronte ad un immediato bisogno di alloggi, vennero costruite in fretta e furia abitazioni temporanee di legno e lamiera. Nulla di strano, è la prassi ancora oggi a tutte le latitudini.

Ciò che è strano, piuttosto, è che queste abitazioni, meglio conosciute come “baracche”, siano ancora in piedi oggi, maggio 2008.

Qualcosa come tremilatrecentotrentasei loculi fatiscenti nei quali una parte disgraziata di umanità è costretta a vivere in condizioni disdicevoli.

Aspettavano che qualcuno desse loro una casa, una casa vera di mattoni e cemento. Ma hanno aspettato invano.

Ora è la terza generazione ad abitare queste favelas d’occidente, ma le aspettative sono ancora le stesse dei loro nonni. Generazioni di diseredati, abituati a sopravvivere, come da peggiore tradizione italica.

E le baracche, rattoppate nel corso dei decenni, sono diventate un asso nella manica della politica locale. I Messinesi ammettono a fatica l’esistenza di questa parte di città di cui un po’ si vergognano.

Favoritismi, false promesse hanno contribuito a tenere in vita un sottoproletariato che non ha mai avuto reali possibilità di riscatto.

Perché se nasci povero, povero rimani. Anche nell’italico paese dei balocchi.

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LIBRI

Diario di un viaggio a piedi

"Diario di un viaggio a piedi" di Edward Lear - Rubbettino Editore, 2009

Tanti viaggi

"Tanti viaggi" di Vittorio Orsenigo - Archinto, 2011



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