Gli eventi naturali che hanno sconvolto alcune delle aree più povere del pianeta durante queste settimane, hanno certamente sconvolto la coscienza di parecchie persone.
Cina ed ex Birmania (leggi: Myanmar) sono sembrate tuttavia molto lontane, non soltanto in chilometri.
Ma quanto ci vorrà per ricostruire? Saranno in grado i governi locali di far fronte ad una simile calamità?
Domande pertinenti, condivisibili, dette forse con superficialità e perfino con la solita “sufficienza occidentale” che ci contraddistingue.
Eppure, senza guardare così lontano, pure nel nostro “belpaese” i problemi sono all’ordine del giorno, anche per quanto riguarda i terremoti.
Forse in pochi ricorderanno l’immane sciagura che colpì Messina poco più di un secolo fa.
Ma perché parlare di un fatto così lontano dalla nostra epoca? La risposta è peggio di quanto si possa immaginare, anche se gli italiani hanno ormai imparato, durante la loro travagliata storia, a non stupirsi di nulla.
A cent’anni di distanza, le baracche costruite per far fronte all’emergenza sono ancora in piedi, e sono abitate.
28 dicembre 1908, ore 5:21 del mattino; i messinesi sono quasi tutti ancora tra le braccia di Morfeo, nella quasi completa oscurità della notte che si avvicina al mattino.
All’improvviso, i sismografi di mezzo mondo impazziscono: una serie di scosse e di assestamenti di spaventosa potenza squarciano l’immobilità della città siciliana.
Decimo grado della scala Mercalli, con successivo, furibondo maremoto a distruggere quel poco che era rimasto in piedi dopo il sisma.
Ottantamila morti, migliaia di feriti ed il 90 per cento degli edifici distrutti, senza distinzioni tra ricchi e poveri.
I soccorsi non tardarono ad arrivare, pur tra numerose polemiche, legate all’ormai proverbiale disorganizzazione delle istituzioni.
Per far fronte ad un immediato bisogno di alloggi, vennero costruite in fretta e furia abitazioni temporanee di legno e lamiera. Nulla di strano, è la prassi ancora oggi a tutte le latitudini.
Ciò che è strano, piuttosto, è che queste abitazioni, meglio conosciute come “baracche”, siano ancora in piedi oggi, maggio 2008.
Qualcosa come tremilatrecentotrentasei loculi fatiscenti nei quali una parte disgraziata di umanità è costretta a vivere in condizioni disdicevoli.
Aspettavano che qualcuno desse loro una casa, una casa vera di mattoni e cemento. Ma hanno aspettato invano.
Ora è la terza generazione ad abitare queste favelas d’occidente, ma le aspettative sono ancora le stesse dei loro nonni. Generazioni di diseredati, abituati a sopravvivere, come da peggiore tradizione italica.
E le baracche, rattoppate nel corso dei decenni, sono diventate un asso nella manica della politica locale. I Messinesi ammettono a fatica l’esistenza di questa parte di città di cui un po’ si vergognano.
Favoritismi, false promesse hanno contribuito a tenere in vita un sottoproletariato che non ha mai avuto reali possibilità di riscatto.
Perché se nasci povero, povero rimani. Anche nell’italico paese dei balocchi.





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