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Mayak: dove i morti camminano

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Siamo a Mayak, Urali meridionali, un nome che in russo significa “torcia” o “faro”. Qui però la luce è stata spenta tanto tempo fa. Una regione di spettri racconta chi ha portato la distruzione in queste terre.

Dal 1945 fu scelta come sito dall’ex Unione Sovietica per la produzione di materiali radioattivi da destinare all’uso bellico estratti dai resti di ciò che proveniva dai reattori nucleari. Non di certo però un territorio tenuto con il massimo del rispetto.

Tra gli anni 1949 e 1956 fu rilasciato nelle acque del locale fiume Techa materiale radioattivo per un valore stimato in 100 PBq (becquerel, unità di misura derivata dal Sitema Internazionale della radioattività).

A seguire ci fu un’esplosione, per fortuna almeno non nucleare, che rilasciò nell’atmosfera radionuclidi per un totale di 74 PBq, praticamente una delle più grandi catastrofi nucleari della Storia aggiudicandosi il livello “sei” sui sette presenti nella scala internazionale degli eventi nucleari (INES).

E per finire, tramite l’abbassamento delle acque del lago Karachy, precedentemente usato per lo scarico di sostanze radioattive, si sono dispersi nell’atmosfera i nocivi sedimenti in esso contenuti aggiungendo così tragedia alla tragedia.

Il risultato, secondo ricerche pubblicate da Greenpeace, è ben descrivibile con la parola “disastro immane”: 124.000 persone esposte a radiazioni di media ed alta intensità e nel caso dell’esplosione del ‘57 furono coinvolte almeno 272.000 persone.

Dopo cinquant’anni ciò che resta sono i cartelli sulle strade spettrali che invitano il guidatore a non abbassare i finestrini ed il numero di malattie accorse ai residenti.

Nel complesso si parla che le radiazioni che hanno colpito questa zona della Russia potrebbero essere paragonate a quelle che investirono durante il secondo conflitto mondiale i due paesi di Hiroshima e Nagasaki.

La fame e la povertà fanno il resto.

Purtroppo i contadini non possono fare a meno d’utilizzare la propria terra e le proprie fonti idriche per portare a casa i prodotti per la sussistenza loro e delle loro famiglie.

Si parla anche della possibilità che questa contaminazione possa, tramite le acque, arrivare piano piano fino all’Oceano Artico aumentando le già immense proporzioni di questa dimenticata tragedia.

Mayak, torcia, faro.
Dove da cinquanta anni hanno spento la luce.

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LIBRI

La Siberia di Colin Thubron

"In Siberia" di Colin Thubron - Tea, 2003

Berlino-Mosca. Un viaggio a piedi

"Berlino-Mosca. Un viaggio a piedi" di Wolfgang Büscher - Voland, 2008



2 commenti a “Mayak: dove i morti camminano”

  • mauro careddu alle ore 2:11 am scrive:

    LA COSA PIU’ TRISTE CHE CERTE REGIONI COME MAYAK E ALTRE ADIACENTI NON VENGANO MAI NOMINATE PER LA LORO PERICOLOSITA REGIME PERSONE ABBANDONATE UNA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

  • ddu alle ore 2:34 am scrive:

    e allora teniamoci il carbone e le migliaia di morti l’anno.
    Ma la cifra sulla radioattività di oggi non c’è ?

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