Alla fine è come guardarsi allo specchio. Le prime pagine ingiallite del Corriere della Sera che gelosamente custodisco appese al muro sembrano sussurrare al mio orecchio.
È più che un sogno di una notte di mezzo autunno inoltrato.
La luce soffusa inquadra la scrivania minuziosamente mantenuta e il suo sguardo che sembra essere quello di un normale essere umano.
Perché solo i normali possono compiere grandi opere: Luigi Barzini, uno dei più grandi giornalisti del secolo scorso.
Le sue mani corrono veloci sui tasti della macchina da scrivere. Un uomo normale che ha visto la Storia colare dalle cerniere del Tempo.
Inviato nel 1900 in terra cinese per mischiare il proprio taccuino con i fumi della rivolta autarchica dei Boxer, sei anni dopo in terra nipponica sul fronte russo-giapponese per vedere la guerra in prima linea, con i suoi occhi.
Barzini continua a scrivere mentre gli giro intorno lentamente. Infondo un maestro è sempre meglio osservarlo all’opera che disturbarlo. Vorrei chiedergli mille cose, ma la cosa più stupida è sempre quella che al momento sbagliato nasce sulla punta della lingua.
Balbetto della difficoltà di svolgere la nostra professione al giorno d’oggi, alla disoccupazione, ritirando la voce tremolante al pensiero delle sue difficoltà che davanti alle mie si fanno immense come un mare davanti al tipico cucchiaio che vuole svuotarlo.
Lui fu licenziato da Mussolini. Disoccupato dopo anni di grandissimi servizi solo perché osò porre una foto del pelato gerarca vicino a quella dell’intrepido Balbo.
La spenta mediocrità contro lo spirito ribelle. Un insulto che si paga solo con il posto di lavoro. Ma le sue fatiche partivano già da prima e facevano paio con la sua missione.
Niente connessioni internet, niente telefono, nessuna linea ferroviaria, nessun pezzo di ferro con le ali che da una parte del mondo ti portava all’opposto del globo in poche ore.
Eppure, eppure lui c’era. Anzi lui fu proprio nel culmine di queste scomode vie d’informazione.
La sua grandezza telegrafata in poche battute ha fatto scuola per le generazioni future che hanno potuto solamente copiare il suo stile che con poco riusciva a spazzare via i dinosauri della carta stampata a cavallo tra ‘800 e ‘900.
Da algoritmici scrittori privi di sostanza a lui: uomo che raccontava l’uomo. Togliere il più per raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità.
Vorrei parlargli, ma capisco che il mio tempo non è più il suo. Il suo è ancora a dorso di cavallo, il mio veloce, interattivo e dal retrogusto amaro. Ma forse questa è la sensazione di tutti i reporter davanti alla propria epoca.
Luigi Barzini sembra girarsi verso di me, ma forse quest’anima racchiusa nella mia immaginazione si gira solo per contemplare un raggio di luce che entra dalla finestra.
Lui, l’immortale anima del giornalismo. Io spettatore di un sogno.





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DAVVERO BELLO ED ILLUMINANTE OGGI CHE IL GIORNALISMO E’ DIVENTATO UNA CASTA, RISCOPRIRNE IL VOLTO VERO E L’ESSENZA CHE BEN TRASPARE IN QUESTO ARTICOLO, NON SOLO NEL TITOLO
Grazie Manuela.
Sì, il Giornalismo (con la G maiuscola) è sempre libertà.
Lo era, lo è e lo sarà.
E questo è, infondo, la sua profonda bellezza.
Francesco
Collegandosi a questo indirizzo è possibile vedere la copertina della “Domenica del Corriere” che si riferisce proprio alla presena di Barzini in Cina nel 1900.
http://www.emerotecaitaliana.it/periodici/periodici-401.view?pages=3&year=1900&testata_id=274&type=periodico&
Grazie per la segnalazione.
Francesco