Se da un lato troviamo i guerriglieri, inizialmente idealisti che credevano nella lotta armata come soluzione ai problemi dei latifondi e dei grossi squilibri del paese, dall’altra troviamo chi occupa il potere, che di sicuro non sta fermo a guardare la guerriglia espropriargli le terre e compiere massacri.
Nascono negli anni ’80, ma si rafforzano negli anni ’90 i gruppi paramilitari di estrema destra: Autodifesa Unita di Colombia (AUC), i cui finanziamenti provengono principalmente da latifondisti (in un primo periodo) e dal narcotraffico poi.
Facendo il punto della situazione, ecco emergere i tre attori del conflitto: paramilitari di estrema destra; guerriglieri di estrema sinistra; e uno Stato, con l’esercito nazionale, quantomeno poco presente.
Intanto il movimento paramilitare si trasforma, non si capisce più se funga da difensore contro la guerriglia o protettore degli interessi della droga.
I carteles, organizzazioni del narcotraffico (ricordiamo il Cartel de Medellín di Pablo Escobar, perfino eletto parlamentare nel 1983) vengono smantellati, ma il problema della droga persiste.
E si trasforma nella principale fonte di finanziamento per i terroristi (di destra e sinistra: i guerriglieri, infatti, mentre all’iniziano si limitavano a farsi pagare un pedaggio per far passare i carichi di droga, successivamente iniziano a produrla ed esportarla).
Nello stesso periodo, tra il 1990 e il 1994, lo stato fa passi avanti, e attraverso dei negoziati riesce a smantellare le organizzazioni guerrigliere ELN e ELP.
Per recuperare i consensi popolari, il governo decide di promulgare una nuova costituzione: tra una turbolenza e l’altra, siamo al 1991. Seguono degli anni di confusione, il conflitto prosegue.
Nel 1998 viene eletto presidente Andrés Pastrana (conservatore), che inizia una politica di dialogo con la guerriglia che dura fino al 2002. Sono gli anni che vedono il nascere del Plan Colombia, in atto a partire dal 2000.
Il dialogo con i gruppi guerriglieri si ferma quando si scopre che in una regione che il presidente aveva sgomberato dalla presenza dell’esercito nazionale, e che doveva fungere da luogo per i negoziati, i guerriglieri avevano costruito delle vere e proprie fabbriche di droga, con tanto di aeroporto privato.
I colombiani sono sempre più stanchi e stremati. Il governo è percepito come troppo debole. Il dialogo non serve. Alle elezioni del 2002 stravince l’indipendente Alvaro Uribe, già governatore della regione di Antioquia (capitale Medellín) il cui padre è stato brutalmente assassinato dalle FARC. Promette mano dura, e i colombiani sentono che di questa persona si possono fidare.
Già dal 2004 inizia un processo di smantellamento delle strutture paramilitari, incoraggiate da una legge definita quanto meno criticabile dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani.
Approvata nel 2005 con il nome di Ley de Justicia Y Paz, Legge di Giustizia e Pace, il massimo previsto per imputati colpevoli di stragi e massacri è di 8 anni, che possono essere scontati a 4 in presenza delle attenuanti.
Le organizzazioni per i diritti umani si ribellano, “si condanna per più anni un ladro d’auto che un assassino”. Ma il presidente Uribe è implacabile: in un paese di estremi, dove vige la regola “O sei con me, o sei contro di me”, inizia una battaglia tra difensori dei diritti umani e il presidente, che punta il dito contro i primi classificandoli come “rossi”, “collaboratori della guerriglia”.
Per molti è una condanna a morte.
Stessa sorte per i sindacalisti: quest’autunno, per fare un esempio, la ditta Chiquita è stata riconosciuta colpevole di tangenti ai paramilitari affinchè sorvegliassero i loro stabilimenti di banane colombiani.
Che tradotto in termini pratici significa assassinare coloro che si battono per i diritti dei lavoratori. Di nuovo considerati “rossi”, di nuovo ritenuti “collaboratori della guerriglia”. La loro sorte è analoga a quella dei difensori dei diritti umani.
Sta per scadere il mandato presidenziale di Uribe: secondo la Costituzione colombiana, il presidente non può venire rieletto. Nonostante le forti polemiche, interne ed esterne, Uribe cambia la Costituzione: e come per magia viene rieletto nel 2006 per altri quattro anni. (2. continua)





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