«Chiedo perdono a tutti coloro che si sentono traditi…Questa storia è sì la mia, però non la vera realtà ma piuttosto la mia realtà, la mia maniera di sopravvivere…».
Misha Defonseca confessa. E chiede scusa al mondo che, nel 1998, aveva letto per la prima volta la sua storia. La sua testimonianza.
Una favola drammatica. Bella, ma pur sempre falsa. Quella che era creduta un’autobiografia, non è altro che un’invenzione.
Ed ecco che si è pronti a puntare il dito, ma… contro che cosa? Contro chi? Contro una donna che tenta di salvarsi da una realtà dolorosa, quella della guerra, rifugiandosi nella fantasia?
Contro una vita straziata dalla paura? Contro un’anima che non crede più nell’uomo, tanto da scegliere come propria famiglia un branco di lupi?
Perché è l’uomo che sbrana, non il lupo.
Dieci anni fa Misha Defonseca ha affascinato milioni di persone con un libro, Sopravvivere coi lupi, in cui raccontava di come, dal 1941 al 1945, avesse attraversato l’Europa a piedi, da sola, alla ricerca dei genitori ebrei, deportati nei lager nazisti.
Dal Belgio all’Ucraina, l’allora scrittrice-bambina aveva affrontato un viaggio impervio, faticoso.
Lungo il suo cammino, morte e desolazione. L’uomo distruttore di se stesso.
Fino all’incontro con un branco di lupi, la sua nuova famiglia. Quella famiglia che l’uomo stesso le aveva tolto.
Così racconta.
Poi, dopo dieci anni (2008), Misha Defonseca, in un comunicato inviato al quotidiano belga «Le soir», dice di aver narrato di un’altra vita.
Vera la deportazione dei genitori. Vero il loro assassinio. Falsa l’identità della scrittrice. Il suo nome è Monique De Wael e non è mai stata ebrea.
«La mia storia è una pietra gettata in un lago; non potrò mai sapere fin dove arriveranno le increspature dell’acqua».
Sicuramente quelle increspature hanno raggiunto l’uomo per farlo riflettere. Perché non è facile accettare di essersi persi. Di aver smarrito la strada che conduce l’uomo verso se stesso.
Vera Belmont ne ha fatto un film, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 30 aprile scorso.
Perché sono diversi i linguaggi che conducono al cuore dell’uomo. Unica la meta.




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