Nonostante si trovi quasi agli antipodi rispetto al nostro “mondo”, la Corea del Sud (specificare è d’obbligo) sembra soffrire dei sintomi tipici delle nazioni occidentali.
Malessere, violenza, crudeltà ed incertezza nel futuro attanagliano non solo gli italiani (una magra consolazione di questi tempi) ma sono la realtà quotidiana anche per milioni di cittadini sudcoreani.
E’ in questo contesto che si inserisce l’opera di uno dei registi contemporanei maggiormente riconosciuti, Kim Ki Duk. Nessuno è però profeta in patria. Il regista è elogiato dalla critica e apprezzato dal pubblico soltanto al di fuori della Corea, anzi, dall’Asia intera.
Forse l’antipatia che riscuote a Seul è dovuta al fatto di trattare nelle sue pellicole temi scioccanti ma attuali, come la prostituzione minorile. La società coreana, per certi versi simile a quella giapponese, è come un muro di gomma. Impossibile da rompere, ma forse, non da penetrare.
Vittime inconsapevoli di un modernismo forzato e di un’incomprensibile voglia di emulazione verso l’occidente ed i suoi simboli di ricchezza, i sudcoreani hanno perduto la loro radice di paese soprattutto rurale.
Se da un lato il progresso economico è stato impressionante e realizzato nell’arco di due soli decenni, il prezzo pagato dal Paese è stato altissimo.
Soltanto le classi più agiate possono permettersi il “lusso” di mantenere le vecchie tradizioni, mentre i poveri hanno quasi perso del tutto il contatto con il loro passato.
Il progresso è riuscito ad annientare quello che i sudcoreani erano riusciti a conservare perfino durante l’occupazione militare del Paese da parte dell’esercito giapponese: la loro identità.
E’ una società ferita, quella sudcoreana. Attaccati dai giapponesi prima e dai nordcoreani poi, hanno subito anche l’umiliazione di dipendere da una potenza straniera per la difesa del loro territorio: Gli Stati Uniti d’America, mai veramente accettati dagli orgogliosi ma impotenti cittadini di Seul.
Kim Ki Duk ha vissuto in prima persona le conseguenze di questo disagio. Come tanti contadini affamati, anche la famiglia del regista si trasferì da un piccolo villaggio di campagna nella capitale, Seul.
La disastrosa situazione familiare lo portò ad abbandonare la scuola e a lavorare in fabbrica negli anni dell’adolescenza.
Alla maggiore età entrò nell’esercito (il servizio militare è obbligatorio) dove rimase per quasi cinque anni. Un’improvvisa vocazione religiosa gli fece trascorrere due anni in una chiesa con l’intento di diventare predicatore.
Personalità decisamente complessa, Kim abbandonò la vita spirituale, trasferendosi a Parigi dove sopravvisse vendendo quadri da lui stesso dipinti.
Le esperienze vissute negli anni della giovinezza hanno lasciato un segno indelebile nel carattere di Kim. L’alienazione, la crudeltà e la spiritualità sono elementi che si ritrovano spesso nei lungometraggi del regista autodidatta.
La realtà è raccontata in maniera cruda, ma mai fine a se stessa, e questo è fonte di disagio per lo spettatore, il quale si riconosce nelle storie raccontate.
Attraverso sesso, violenza e disperazione Kim Ki Duk propone uno spaccato della società sudcoreana contemporanea che arriva dritto come un pugno nello stomaco.
Ambientati in una Seul così occidentale da poter essere scambiata per Zurigo, in appartamenti arredati secondo gusto occidentale con persone vestite all’occidentale che mangiano molto spesso cibo occidentale, i film di Kim lasciano piuttosto perplessi.
Nella capitale, i pochi edifici storici scampati alla furia distruttiva della modernizzazione sono frequentati più da turisti stranieri che dalla popolazione locale, la quale, spesso ne ignora perfino l’esistenza.
Se i sudcoreani piangono, gli occidentali non dovrebbero però ridere. La crisi dei valori è una realtà anche alle nostre latitudini, Italia in primis. Purtroppo a noi manca pure un regista fuori dal coro come Kim Ki Duk.





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