D’immagini ottenute con la camera oscura si ha notizia già dal Rinascimento: la luce entra in un foro della parete di una stanza immersa nel buio e forma sul muro opposto un’immagine capovolta di qualsiasi oggetto all’esterno.
Ma gli artisti chiedevano camere oscure che riproducessero la prospettiva. Combinando due lenti con segmenti d’archi aventi raggi diversi si otteneva una buona nettezza di campo e usando lenti di diverse lunghezze focali si poteva rimpicciolire l’angolo visuale per la ritrattistica e ampliarlo per la paesaggistica.
La fotografia è sostanzialmente un mezzo per fissare l’immagine della camera oscura con l’azione della luce su sostanze fotosensibili. L’incentivo ad elaborare una tecnica pratica fu stimolato da un’eccezionale domanda da parte della borghesia d’immagini riprodotte.
Grande successo ebbe il francese Niepce che per le sue invenzioni aveva bisogno di disegni e non essendo capace, concepì l’idea di fissarli con la luce.
Quando nel 1815 la litografia fu introdotta in Francia, Niepce propose di sostituire le pesanti pietre con lastre di peltro. I suoi esperimenti arrivarono a compimento quando trovò che un certo tipo d’asfalto, bitume di Guidea, era sensibile alla luce.
Stese su una lastra del bitume di Guidea su cui collocò l’incisione da riprodurre ed espose tutto alla luce. Trascorso tempo immerse la lastra in un solvente che a poco a poco fece apparire l’immagine. Così poteva riprodurre la lastra da incidere. L’invenzione fece epoca.
Fu la prima di quelle tecniche fotomeccaniche destinate a rivoluzionare le arti grafiche eliminando la mano dell’uomo nelle riproduzioni d’immagini. Nel 1827 andò a Londra a trovare il fratello ammalato e durante il viaggio si fermò a Parigi dove andò a visitare il pittore Daguerre che stava facendo ricerche dello stesso tipo.
Il 4 dicembre del 1829 Niepce e Daguerre firmarono un accordo societario per la durata di 10 anni, al quarto, Niepce morì e Daguerre continuò da solo. Nel 1837 fece una fotografia assai ben riuscita: una natura morta con calchi di gesso, un’immagine stupefacente per la luce. Primo esempio di quel procedimento che Daguerre chiama dagherrotipo.
L’immagine appare su una lastra di rame. Sensibilizzò la lastra mettendo la faccia argentata sopra una scatola contenente particelle di iodio, i cui vapori reagiscono producendo una superficie fotosensibile.
L’espose in una camera oscura, colloca la lastra esposta, che non presentava nessuna immagine visibile, su una scatola contenente mercurio riscaldato che rende l’immagine visibile e infine immerge la lastra in una soluzione di comune sale marino che rese la lastra
insensibile ad un ulteriore azione della luce che l’avrebbe annerita. Successivamente, l’invenzione fu acquistata dallo stato.





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