Durante gli anni ’60 del XIX secolo, nei salotti e nelle corti, tiene banco un’appassionante discussione circa le sorti di David Livingstone. Di lui, missionario ed esploratore, famoso per aver scoperto nel 1855 quella monumentale opera d’arte naturale, che lui stesso battezzerà con il nome della regina d’Inghilterra – le cascate Vittoria -, non si avevano notizie ormai da anni.
Tempo prima, durante una missione nei pressi del fiume Zambesi, quasi tutti i suoi aiutanti morirono di malaria e altre terribili malattie. Lo stesso Livingstone dovette sparare ad alcuni tra i suoi più fedeli collaboratori per accorciar loro le inenarrabili sofferenze.
Non contento, due anni più tardi tornò in Africa. E fu durante questa incredibile avventura, nata con l’intento di capire dove nascesse il fiume Nilo, che si persero le sue tracce.
Si ammalò, smarrendo completamente il senso dell’orientamento. Intanto, in Occidente, visto che i suoi dispacci non arrivavano più, lo si diede per morto. Forse mangiato da una delle terribili tribù antropofoghe, la cui esistenza era solo immaginata. Nessuno mai, infatti, si era spinto laddove Livingstone si era presumibilmente perso.
Il New York Herald decise, allora, di inviare alla ricerca del missionario, uno degli inviati più coraggiosi di cui la redazione disponesse: Henry Stanley. Erano passati più di due anni dalla scomparsa di Livingstone.
L’iniziativa venne molto pubblicizzata e quando Stanley partì alla volta dell’Africa, il suo mestiere non era più il giornalista. Si tramutò, pure lui, in esploratore. Con ben poche speranze, però, di trovare colui che doveva cercare.
Per tre lunghi anni vagò invano, fino al giorno in cui alcuni indigeni gli dissero che un uomo simile a lui viveva non lontano dal luogo in cui Stanley si trovava in quel momento. A Ujiji, sul lago Tanganika.
Era il 10 novembre del 1871 quando alla capanna di Livingstone si affacciò l’esploratore-giornalista; il missionario era sparito da ormai sei anni. Possiamo solo immaginare quale fosse, da parte di entrambi, lo stupore.
Di Stanley, per averlo trovato veramente. Invecchiato di vent’anni in soli sei e con lo sguardo un po’ assente. Ma era pur sempre lui.
Per Livingstone, che aveva visto scorrere gli ultimi anni come secoli e gli ultimi mesi come anni, ormai abituato a comunicare tramite idiomi fatti più di gesti che di parole, lo stupore venne invece dal trovarsi di fronte un uomo bianco, il quale parlava una lingua lontana, persa confusamente nei meandri del suo cervello appannato e distante nel tempo. Ma di cui conservava memoria.
La frase che Stanley allora pronunciò, sono di quelle che rimangono e rimarranno impresse nella pietra della storia. Chino, con il braccio proteso nel gesto di sollevare la tenda di ingresso della capanna, esausto e madido di sudore, sussurrò: “Mr. Livingstone, I presume”.





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