Sono a Roma. La mattinata è calda, con un sole alto nel cielo sul suo palcoscenico preferito, come un monologo privo dei suoi ascoltatori, come un mimo privo della sua fantasia ma tenace e presente.
Mi fermo proprio sotto lo sguardo vitreo di un agente di polizia che prima ancora di chiedermi qualcosa mi mette subito a disagio. Cerco di superare quella comunicazione senza via d’uscita con un sorriso forzato che scava le mie guance da una parte all’altra del viso senza mostrare i denti, perlomeno avevo creato uno spiraglio dentro quell’immobilità di scetticismo.
Sono venuto a trovare un mio vecchio amico, gli dissi senza tanti preamboli. Avevamo fatto il militare insieme nel lontano ’78 ad Anzio e ancora ci sentivamo con un paio di lettere all’anno e qualche telefonata nelle ricorrenze più importanti. Troppo spesso io finivo per parlare del mio lavoro da architetto del Comune e lui di qualche arresto degno di nota.
Sono passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati ora me lo immagino completamente diverso, con qualche capello bianco ma con i tratti inconfondibili di un fisico ben definito e lo sguardo azzurro come questo cielo senza nuvole.
Lo vedo arrivare con un passo da bersagliere e con un sorriso che stravolge i suoi lineamenti gentili. In questo abbraccio ci siamo detti tutto quello di cui abbiamo bisogno di sentire da un vecchio amico.
Si parla del più e del meno senza troppa loquacità finché ci ritroviamo a passare per un garage, pieno di macchine d’epoca della Polizia quando ancora i colori dominanti erano il verde e il grigio, resi ancora più bui da questo museo della polvere che li ospita.
Carlo comincia a dialogare con quei pezzi di storia come se presentarli a me fosse un suo obbligo morale e così tra aneddoti e silenzi rispolvera tratti della sua giovinezza e un po’ anche della mia. Prima di lasciare questo salone mi colpisce in un angolo un’Alfetta degli Anni 70, con dei fori sulla fiancata simili a proiettili e non resisto dalla voglia di avvicinarmi e di chiedergli la storia di quella macchina targata S93393.
La guardia Giulio Rivera guidava quell’auto, a bordo portava il brigadiere Francesco Zizzi e la guardia Raffaele Iozzino, facevano parte della scorta di Aldo Moro durante la strage di Via Fani. Cala un attimo di tristezza sui nostri volti, come se gli anni d’improvviso si riappropriarono del nostro umore facendoci sentire per qualche minuto più vecchi e più deboli.
Ricordo quella mattina insieme nella garitta a fare il turno di guardia alla caserma di Anzio, si scherzava e si faceva passare il tempo lasciando accesa la radio, quando all’improvviso arrivò la notizia del rapimento di Moro e dell’eccidio di tutta la sua scorta.
A quei tempi non capivamo molto di politica, nè rientrava tra i nostri interessi informarci sulle problematiche sociali, sapevamo sommariamente cos’erano le Brigate Rosse se ne parlava con i grandi e con i professori, ma in quel momento avvertii un senso di paura e di pesantezza che non ricordo di aver provato più nella mia vita.
Ci comportammo nei giorni successivi come se avessero rapito un proprio parente, si aprivano più spesso i giornali con la speranza che quel tremendo incubo finisse con il lieto fine come i film che andavamo a vedere al cinema. Invece il lieto fine non arrivò e quello shock colpì inevitabilmente la nostra gioventù e la nostra generazione.
Rivedere la Fiat 130 di Aldo Moro ancora attorniata da quelle Alfette della sua scorta, mi lascia un filo di serenità nel cuore, pensando che tutte quelle auto rappresentano chi ancora oggi non abbandona quella voglia di vivere in un Paese più trasparente che sappia guardare al futuro senza avere più paura.





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GRADIREI SAPERE DOVE E’ CUSTODITA L’ALFETTA IN FOTOGRAFIA E SE E’ POSSIBILE SAPERE ANCHE DELLA FIAT 130 DELL’ON. MORO. GRAZIE
L’alfetta in fotografia insieme a quella dell’Onorevole Moro sono custodite in sequestro giudiziale all’interno della casemra della Sezione Volanti della Polizia a Roma. Ci vuole un permesso particolare per accedervi ma su questo non posso darti indicazioni.
sai se la ci sono anche le macchine delle br.
Che io sappia non ci sono
salve, volevo dire, che io mi ricordo di aver sentito in una trasmissione (forse una puntata d lucarelli), che l’auto della scorta di moro si trovasse in un museo. mi pare si trattasse del museo della motorizzazione civile di roma. mi sbaglio? se così mi piacerebbe andare a visitarlo.
Caro Stefano, ti ringrazio di cuore per aver ritrovato e pubblicato la foto dell’
Alfetta della scorta di Aldo Moro (una pagina del nostro paese da non dimenticare). Ti chiedo è possibile vedere altre foto insieme a quelle della Fiat 130 del presidente? Grazie per il tuo interesse.
Caro Fabio, ho scattoto queste foto con un cellulare quindi qualitativamente non so se possono essere pubblicate, sono riuscito a salvare questa ma ci proverò anche con le altre.
Sono contento che questo articolo abbia stimolato la curiosità intellettuale dei nostri lettori e vi ringrazio per le manifestazioni di stima che mi avete rivolto anche in privato.
Ciao Stefano, ti ringrazio per avermi risposto e auguri a tutti quelli che,come te, collaborano con Il reporter di un felice anno nuovo. Spero vivamente che queste due auto non rimangano custodite in questo “museo” della polvere ma da queste pubblicazioni nasca la buona e giusta iniziativa per il loro trasferimento
ad una mostra permanente aperta in particolar modo alle giovani generazioni,
come viva testimonianza di una pagina di storia del nostro paese da non far dimenticare. Proprio perchè i segni dei proietti presenti sulle fiancate dell’Alfetta e della 130, rendano sempre di più viva la memoria delle giovani vite spezzate all’eccidio di quel 16 marzo 1978 in via Fani a Roma. Il resto arriva ai giorni nostri. Grazie Stefano…non stanchiamoci di raccontare.
Penso anche io che dovrebbe essere esposta in una piazza, sorta di monumento alle vittime del terrorismo ma anche alla resistenza civile che lo ha sconfitto – “ma anche”.