Può un bambino nascere colpevole?
In questo nostro mondo dove da una parte si elargiscono miliardi in beneficenza e dall’altra si combatte in guerre a volte insensate, dove la stessa umanità che in alcune parti pianifica azioni di aiuto e sostegno per i più deboli, in altre mostra il suo volto più violento attraverso l’odio razziale.
Beh, allora sì, un bambino può nascere colpevole. Per la parte malata della nostra società, questo può succedere. Ed è successo. Nel 1936 Heinrich Himmler, comandante delle SS, creò un programma per contrastare il basso indice di natalità tedesca: la società registrata Lebensborn (Lebensborn Eingetragener Verein).
Si predisposero aiuti concreti alle mogli degli ufficiali e alle madri non sposate, come ad esempio l’uso di una propria abitazione, la copertura totale delle spese mediche, visite odontoiatriche e trasporti. E si incentivarono gli ufficiali a tenere relazioni anche con donne non tedesche ma considerate di razza ariana: donne alte, con naso dritto e fronte spaziosa.
Le norvegesi corrispondevano ai loro standard. Nel 1940 le truppe tedesche invasero la Norvegia e subito venne creato un ufficio per l’attuazione del programma Lebensborn. Si stima che il numero dei bambini nati da padre tedesco e madre norvegese si aggira tra le diecimila e 12 mila unità.
Durante e dopo la guerra, i bambini e le loro madri venivano chiamati con nomignoli dispregiativi e soffrirono maltrattamenti e molestie nelle scuole e per le strade. I comportamenti offensivi erano pesanti costrizioni, violenze e umiliazioni pubbliche da parte della popolazione norvegese. E il governo chiudeva un occhio. Nessuno voleva avere a che fare con quelle persone, metà tedesche, figlie del nemico.
Nel 1945, con la fine della guerra, i maltrattamenti persistono. Circa 14 mila donne norvegesi furono arrestate e alcune, senza regolare processo, furono mandate per un anno e mezzo nei campi di lavori forzati, pur senza aver violato nessuna legge. La loro colpa era essere coinvolte nel programma Lebensborn.
I bambini furono rinchiusi in orfanotrofi dove continuarono a subire maltrattamenti e abusi o dichiarati ritardati mentali e internati in cliniche psichiatriche. Negli anni Novanta alcuni di questi krigsbarn (bambini di guerra, termine più diplomatico e adottato in seguito) presentarono una serie di denunce al governo norvegese che accolse e rispose con compensi “irrisori”.
Il caso è stato portato davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo e quei bambini, oggi adulti, stanno aspettando il giusto risarcimento per i danni causati dal governo norvegese che ha mancato di proteggerli e li ha discriminati.
Una politica razziale che ha coinvolto donne norvegesi, danesi, olandesi, inglesi, russe e qualunque altra rispecchiasse il loro ideale e potesse essere quindi destinata a estendere la razza ariana, l’unica che aveva il diritto di esistenza.
Bambini sequestrati in Polonia, Cecoslovacchia, Francia. Si stima che dopo la guerra, nel 1946, erano sui 250 mila. Bambini che venivano esaminati per ricevere una certificazione di razza ariana ed essere “adottati” dalle famiglie del Terzo Reich.
Quelli che non riuscivano a raggiungere i minimi standard stabiliti dalle leggi razziali erano colpevoli e venivano mandati nei campi di concentramento infantili come Kalish, Dzierzazna e Litzmannstadi, prima di finire nei campi di sterminio.
Bambini colpevoli. Ma di una colpa imposta e ancora da riscattare.





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