Piove sempre sul bagnato. Sì, siamo al cospetto di un semplice luogo comune che non dipinge a pieno la realtà. Perché qui la realtà è nettamente peggio. Indonesia, Renokenongo, un disastro.
Tutto sembra nascere da un’azione di trivellamento per la ricerca di gas naturale che ha invece risvegliato nei meandri della terra una marea di fango caldo.
Nel 2006 questa massa informe ha travolto i villaggi di Siring, Jatirejo e Kedungbendo lasciando più di diecimila persone senza casa, distendendosi su di una superficie pari a più di seicento campi da calcio.
Strade, ferrovie, fabbriche, tutto perso. Miliardi di dollari di danni.
A questo si aggiungono le ampie problematiche d’ordine clinico: secondo Siti Maimunah, avvocato, sarebbero quasi quarantaseimila le persone che si sono fatte visitare per problemi respiratori dal giorno del disastro.
“Siamo preoccupati che nei prossimi cinque, dieci anni la popolazione fronteggerà un secondo disastro. Quello delle problematiche legate alla salute”.
Si sprecano i soliti tentativi di metterci la tipica “pezza”: dal gettare nella bocca dell’eruzione giganteschi massi di cemento (tutti divorati senza sortire effetto) al dirottare la fanghiglia nel vicino fiume Porong, idea poi per fortuna abbandonata.
Il Governo in carica è nell’imbarazzo. La compagnia che effettuò la trivellazione, la Lapindo Brantas, è di proprietà di Aburizal Bakrie, importante imprenditore e Ministro coordinatore peri il Benessere della popolazione.
Le vittime di questa tragedia lamentano la lentezza dei risarcimenti e molti di loro vivono sfollati, lontano dalle loro case che non esistono più.
“Viviamo senza speranza. Mi sento così in imbarazzo e umiliato. Devo mendicare perché nessuno di noi ha di cosa mangiare. Facciamo allora a turno per chiedere l’elemosina e così poi dividiamo i proventi”.
Ali Mursjid, venticinque anni, ragazzo che prima del disastro andava al college per diventare insegnante e che appartiene al distrutto villaggio di Besuki, villaggio che raccoglieva un folto gruppo di famiglie provenienti dalla middle-class.
Da datori di lavoro a mendicanti, il passo non è mai stato così breve. Intanto il fango continua ad uscire: centomila metri cubi al giorno.
La colpa poi è una signora che nessuno vuole accanto. Gli esperti di questi fenomeni dicono che sia attribuibile alla compagnia che non ha preso le giuste precauzioni. La Lapindo Brantas dice che è colpa di un terremoto.
La verità probabilmente è stata sancita da una conferenza di geologi a Cape Town e vede come sola condannata la trivellazione. Rimane comunque solo la rabbia.
Rabbia che Lilik, maestra d’asilo, sembra esorcizzare con i suoi alunni proprio visitando il posto dove hanno perso tutto.
“La gente dice che non è una buona idea portare i bambini qui, ma invece io penso di sì. Credo sia veramente importante per loro vedere la loro casa e sfogare la rabbia. Infatti prendono pietre e le lanciano al fango urlando lapindo!”.
Disastro, tremendo disastro.





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