La vergogna di vedere morire il proprio dialetto. Lentamente, rapita dall’arrivo di decine d’altri idiomi, la lingua che abbiamo sentito in tenera età scompare come neve al sole.
Questo purtroppo non sembra essere solo un problema all’ombra della Madonnina o rinchiuso nelle fredde lande dell’Italia settentrionale.
Tutto il mondo è paese, oggi più che mai.
Ci troviamo in India e l’odore dell’inchiostro e della carta grezza si mescola con il silenzio di cinque ragazze intente a scrivere ciò che probabilmente non è mai stato segnato con penna.
Ovest dell’India, per la precisione.
Tejgadh, un paesino rurale schiacciato dalle fattorie praticamente dove l’occhio può espandersi, nord, sud, occidente e oriente.
“Se ci riusciamo, quelli che verranno dopo di noi ne trarranno profitto. Nel mio villaggio le persone parlano solo Gujarati. Si vergognano della nostra lingua”, così Kantilal Mahala, ventuno anni, sintetizza la sua missione.
Contro tutto e tutti sembrerebbe.
Infatti da queste parti è soprattutto la luccicante lingua inglese a raccogliere successo.
Tramite l’idioma del vecchio colonizzatore i giovani sentono di potersi sentire importanti e rispettati.
Le briciole vengono lasciate al dialetto, fonte invece di storia e d’identità.
L’inaspettato fulmine a ciel sereno però arriva a sconvolgere tutto dal basso.
In questo piccolo angolo dell’India rurale un professore di letteratura inglese pose una domanda dalla semplicità disarmante: perché lasciare che una lingua muoia per poi farle la corte una volta che è irrimediabilmente persa?
È proprio così che Devy Ganesh decide di iniziare il suo progetto di salvaguardia.
Oltretutto che queste terre sono abitate dai discendenti degli Adivasis, popolazione considerata “autoctona” allo stesso livello dei Nativi statunitensi e degli Aborigeni australiani.
Così autoctoni dall’essere immuni alla tipica classificazione in caste che impone chi deve compiere gesti sacri, chi quelli artistici e chi invece deve andare a pulire le piastrelle di un bagno.
“Tra gli Adivasis nessuno è artista, perché sono tutti artisti”, si dice da queste parti.
Tanto artisti e apprezzati per i loro dipinti murali che addirittura uno di loro è diventato un pittore rispettato tra i grattacieli di New York e le nebbie londinesi.
Certo, lui è rimasto qua nella sua terra, ma le sue opere fanno il giro del mondo.
“Se una comunità ha un forte senso d’identità e orgoglio, vorrà sopravvivere e prosperare. La new economy è importante tanto quanto la vecchia cultura. Non dobbiamo rischiare di gettare via il bambino con l’acqua sporca”, afferma Ganesh.
Risultato?
Nuova Delhi ha appena inaugurato la National Tribal University.
Inchiostro, olio di gomito e speranza.
La ricetta che tiene in vita una lingua.





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Splendido reportage, un altro tassello per far maturare la consapevolezza di una battaglia, quella per la salvaguardia della diversità linguisitica, che non conosce davvero confine. Grazie.
Gioann
Grazie mille Gioann.
Credo anch’io che la salvaguardia della diversità linguistica sia un bene, un passo avanti non solo per la storia e le vicende di un popolo, ma la chiave per arricchire il bagaglio culturale dell’essere umano.
Ancora grazie per aver trovato il tempo di lasciare un commento.
Francesco.