L’acqua del Brahmaputra sale, inesorabile. E ingoia le rive di Majuli.
L’isola fluviale più grande del mondo, nello Stato nord-orientale dell’Assam in India, è avvolta da correnti impetuose.
Rodono le coste e le trascinano pezzo a pezzo lungo il corso dell’immenso fiume: proprio dove nasce, i ghiacci himalayani si stanno sciogliendo rapidi per il riscaldamento globale.
Dal 1990, 35 villaggi sono stati cancellati. Nel 1950 l’isola di Majuli si estendeva per oltre 1200 chilometri quadrati. Oggi ne misura 422. Solo un terzo.
Qui vivono 140 mila abitanti, i discendenti delle popolazioni tribali Mishing dell’Arunachal Pradesh. Molti si son visti portar via dalla natura appezzamenti e proprietà.
Oggi cercano di sopravvivere con lavori saltuari inventandosi un futuro. Domani, se non si riuscirà a risolvere l’emergenza, dovranno lasciare l’isola.
E abbandonare i trenta monasteri, in cui da secoli si recitano i mantra della tradizione Vaishnavita dell’induismo.
I satras sarebbero ingoiati dalle acque che cancellerebbero anche le tante collezioni di scritture sacre. Un valore inestimabile per l’India e per l’umanità.
Le lingue e le culture locali, sopravissute al tempo grazia all’isolamento della zona si mischierebbero al resto del continente, perdendosi per sempre.
Un destino crudele che colpirà anche le rarissime specie di animali e vegetali.
Un destino contro cui il governo indiano cerca di combattere chiedendo aiuto all’Unesco: vorrebbe che la zona fosse dichiarata “patrimonio dell’umanità”.
L’agenzia Onu ha detto che spetta a Nuova Delhi trovare una strategia ingegneristica dettagliata per salvare l’isola.
La commissione dei 21 Paesi membri si riunirà in Canada solo a giugno prima di decidere cosa fare.
Intanto le acque del Brahmaputra si chiudono su Majuli.




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