Celebrato dopo l’equinozio invernale e prima del capodanno bengalese, il gajan è una festa che invoca le piogge monsoniche che garantiscono vita e prosperità ai campi e in definitiva agli uomini nell’anno a venire. Viene commemorato dalle popolazioni agricole che offrono il proprio sangue e dolore a madre natura (o alle forze naturali) per ringraziarla dei ricchi doni dell’anno passato, per chiederle aiuto per l’anno successivo e per compensare la sofferenza provocatole dalla comunità durante l’aratura.
Sarah Trevisiol, giovane ricercatrice italiana, ha potuto assistere a questa celebrazione.
Dott.ssa Trevisiol, in cosa consiste l’offerta del proprio sangue? Ogni pratica eseguita all’interno del gajan, dal piercing alle forme di fachirismo, prevede la perforazione della pelle con una freccia chiamata nella lingua locale ban, da Bana, che nei testi mitologici non solo rappresenta il primo performer di tali pratiche, ma identifica addirittura Shiva stesso, che grazie al proprio inesauribile seme è in grado di fecondare l’intero universo.
C’è un significato legato a questa perforazione? I samnyasi vengono trafitti dal potere divino. Lo accolgono al proprio interno divenendo un tutt’uno, permettendo così alla comunità intera di godere della forza procreativa divina.
Qual è la più importa delle pratiche e perché? La carak puja è la più antica di una lunga serie di atti praticati durante il gajan allo scopo di compiacere la divinità e pregarla di portare fertilità al villaggio anche nell’anno successivo. Il palo sacrificale rappresenta una sorta di asse tra sfera celeste e sfera terrena, e i samnyasi hanno il valoroso compito di garantire tale legame attraverso il loro sacrifico.
Perché secondo lei la religione è così spesso legata alla sofferenza? Senza doverne per forza approvare i metodi o le mitologie, non si può negare che la maggior parte delle religioni tentino di accompagnare gli esseri umani nelle varie fasi e tappe della loro vita, legate non solo a grandi gioie (come il matrimonio, la nascita di un figlio, etc.) ma spesso anche a grandi dolori e sofferenze (la malattia, la morte o la carestia). Sacrificarsi, come suggeriscono gli esempi delle grandi guide spirituali, da Gesù a Buddha, significa accettare ed esporsi incondizionatamente alla volontà divina oppure al corso della vita.
Culti e politica. C’è un filo che le unisce? Certo: la politica fa parte di ogni culto rituale perché definisce le gerarchie all’interno e all’esterno del gruppo sociale in questione. Le forme rituali rispecchiano i simboli e significati della comunità che le pratica, e di conseguenza sono proprio tali culti e le credenze legati ad essi a determinare il patrimonio culturale del gruppo stesso. Chi compie le offerte rituali in nome del villaggio, gode di grande considerazione e gloria all’interno del gruppo, arrivando addirittura ad assumere uno status di semi-divinità durante il periodo cerimoniale.
Qual è la percezione contemporanea del gajan? Negli ultimi 20-30 anni ha registrato un’affluenza maggiore sia di spettatori che di partecipanti attivi; ciò può dipendere dall’accresciuto peso politico del gruppo politico dei dalit, i cosiddetti ‘intoccabili’ o fuoricasta, ultimi nella grande scala sociale indiana. La loro ascesa, avvenuta dagli anni ‘80 in poi, ha conferito maggiore visibilità e consenso anche a un festival come il gajan e di conseguenza ne ha modificato intrinsecamente non solo il successo, ma anche la struttura e lo svolgimento stesso del rito, arricchendolo di nuove pratiche e spettacolarizzazioni.





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