India, Puskar al tramonto © Gabriel Tibaldi
Puskar, nel Rajastan, non può far altro che l’effetto di un dolce riposo. Abbandonate le caoticissime Jaipur, Delhi, Agra e Varanasi – per non parlare, poi, di Calcutta- Puskar è il cuscino del viaggiatore.
Qui gli ambulanti sono pacati: si possono ammirare le variopinte decorazioni orientali o le bellissime statue di bronzo senza che nessuno insista per l’acquisto. E così, nella calura di un’alba che non conosce il refrigerio delle prime ore del mattino, abbandono le mie gambe.
Le lascio vagare senza meta, l’importante è avere le mani in tasca e ascoltare più rumori possibili, senza incatenare i pensieri ai problemi che, certo, mica sono finiti nel lago della città, ci sono ancora tutti, ma che oggi non mi pressano, non mi martellano, non strangolano i sogni di chi ancora non vuol fare i conti col proprio destino, di chi sa che il suo compito è quello di perdersi per le strade del mondo, ma ancora rimane dolorosamente ancorato.
Paura? Può darsi, ma oggi, a Puskar che canta dai minareti color argento, di tutto questo non importa.
Un omino buffo e baffuto mi sorride, ondeggia la testa e si presenta come “bramin”. Congiungo le mani, lievemente mi inchino e lo guardo dritto negli occhi ricambiando il sorriso. Namaste, anche se vuoi, chissà, solo soldi da me, namaste, che tu sia il benvenuto nella mia vita.
Mi chiede se sono alla ricerca di me stesso, gli rispondo di si curioso di vedere cosa succede. “Seguimi”, lo seguo. Entriamo in un tempio che sorge sul lago, le cui acque sono, dopo quelle del Gange, le più venerate di tutta l’India.
Ed è all’interno dell’edificio che mi dice come stanno le cose: se mi sto cercando significa che mi sono perso, e se mi sono perso lui sarà il mio pastore. Mi confessa di avermi visto esattamente 44 giorni fa per le vie di Puskar quando io invece credevo di essere tranquillamente a casa mia.
Ed è da allora che mi sta aspettando. Io che in realtà non sono io. Credo abbia centrato, a modo suo, il problema, in verità sono i mezzi che mi lasciano un po’ perplesso. Ma mi lascio andare al mio buffo nuovo amico, so di non avere molte alternative.
Mi fa fare una serie di preghiere che, a dire il vero, si dilungano un poco, dopodiché usciamo sulle scalinate che danno sul lago. Certo, i suoi riflessi, visti da lontano, sono argentei e le sue acque restituiscono una sensazione di purezza, ma da vicino è tutta un’altra storia.
Scorgo una carcassa di vacca inarcata sopra il ciglio dell’acqua che vista da qui è melmosa e odora di zolfo. Il mio bramino mi scarabocchia un terzo occhio in mezzo alla fronte e mi avverte che adesso sono pronto: a breve mi troverò. Lo guardo mentre, assorto, osserva il lago e mi indica con un ampio gesto del braccio la distesa melmosa: ciò significa che io sono da qualche parte dentro le acque.
Il suo lungo silenzio mi sussurra che devo dirgli dove mi vedo, gli indico allora un punto qualsiasi verso l’orizzonte. Sostiene che mi devo andare a prendere, nuotare fino a me. Osservo nuovamente le dense acque, quindi mi rendo conto che il punto che ho indicato è veramente troppo lontano.
Mi immergo fino alle ginocchia e gli dico che in realtà mi sono sbagliato, in realtà sono esattamente dove sono adesso. Devo fare le abluzioni, obbedisco, mi lavo pure la faccia, chiudendo fortissimamente naso e bocca. Esco, puzzo come una scimmia, e sorrido a quell’uomo che non ha risolto nulla della mia vita, ma che mi ha regalato un giorno diverso, un giorno indimenticabile.
Ci abbracciamo a lungo, quindi mi allontano felice di essermi fatto imbrogliare e di essere al mondo, in questo mondo. Mi volto per un attimo e lo vedo che mi sorride caldamente e mi fa ampi gesti con le braccia ripetendo “namaste, my friend, namaste!”.
Buona fortuna, mio dolcissimo “imbroglione”.

Un paese in bilico tra passato e presente. Una terra promessa al centro della tumultuosa lotta per la pace in Medio Oriente. Luci e ombre in un luogo mistico e misterioso dove due popoli vivono tra inquietanti attese ed errori.

Dal Mediterraneo alla Cina, lungo l’antica Via della Seta. L’isola lagunare del Lido, per tre giorni è stata anfiteatro del Convegno di Danze Orientali, tra performance spettacolari e workshop, in un mix di emozioni e linguaggi. Uniti.

Viaggio nell’Oriente mistico, in compagnia di qualche scimmia, fra i tempi induisti dedicati a Kali Bhairava (Shiva nel suo aspetto terrifico), le statue del Buddha e gli sguardi dei monaci in preghiera.
Mi vergono un po’ di quello che mi sono persa, solo oggi scopro questo. Magica India…ancora tenerezza. Puskar,.. il ritrovo del dna!!! Soffro di mal d’India …Anna