Chiamatela Mumbai, Gateway of India o Maximum City (secondo l’acuta definizione di Suketu Mehta), ma Bombay rimane a tutt’oggi la vera capitale del subcontinente indiano.
Non è solo la città più popolosa, la più ricca e la più nota, Bombay è il punto di riferimento culturale per una nazione intera e, soprattutto, il più contraddittorio agglomerato urbano dell’Asia.
Per accorgersene è sufficiente atterrare nel suo aeroporto, una sorta di zona franca circondata da sterminate baracche in lamiera coperte da cellophane azzurri: si tratta della più grande bidonville asiatica.
Bombay si distende lungo una lingua di terra di circa trenta chilometri che si protende nel mare Arabico e più ci si allontana dal subcontinente e si avanza verso la punta, più la condizione sociale dei quartieri si eleva.
Questa curiosa peculiarità permette di individuare una certa stratificazione orizzontale nella città: dalle baracche di Santa Cruz alla popolare Chowpatty Beach, ai quartieri residenziali di Malabar Hill, per finire nell’occidentale Colaba Causeway.
Proprio quest’ultima è il cuore pulsante della capitale del Maharashtra, con i suoi negozi eleganti, i McDonald’s, i caffè alla moda ed i centri commerciali, tra i quali spicca quello situato nel raffinato Taj Mahal Hotel.
Girando per Colaba è facile imbattersi in cittadini del Commonwealth che lavorano per le nostre multinazionali ed il quartiere è più frequentato dai turisti che dagli indiani stessi e non è difficile capirne il perché.
Gli hotel di lusso, i ristoranti all’europea, i pub o le discoteche hanno prezzi che possono essere anche venti volte superiori alla media indiana. Infatti, in questi luoghi si incontrano solo stranieri e i figli dei nuovi industriali rampanti del subcontinente.
E proprio basandosi sullo sviluppo di questa nuova e benestante generazione, Bombay impone un nuovo modello culturale al paese attraverso le produzioni di Film City, meglio conosciuta come Bollywood.
La più grande industria cinematografica del mondo (il sorpasso di Hollywood è ormai storia vecchia), sforna migliaia di film all’anno, mescolando tradizioni, musiche e balletti indiani con i nuovi “miti” occidentali del successo sociale e del denaro.
Bollywood diviene così specchio di una nuova India, quella dei Tata (già primo gruppo mondiale dell’acciaio), della generazione Bangalore (dominatrice dei sistemi informatici) e del nuovo terziario (che sta registrando successi inarrestabili nel globo).
Ciò, naturalmente, non deve far pensare che Bombay stia abbandonando la tradizione, semplicemente è rimasta quel crogiuolo culturale che è sempre stata, ma ha cominciato ad aprirsi a nuove forme di sincretismo.
Sul suolo della città, infatti, si contano diverse confessioni, hindù e buddhisti, certo, ma anche cattolici (dovuti all’iniziale dominio portoghese) e protestanti (eredità britannica), oltre alla numerosa comunità parsi e a quella musulmana.
Bombay è una metropoli dai mille volti, simbolo dell’India attuale e simboleggiata a sua volta da un edificio che racchiude in sé la diversità stessa della città, per il suo aspetto così europeo in un ambiente del tutto tropicale:Victoria Station.
Centro nevralgico delle comunicazioni a Bombay, può essere facilmente confusa con una cattedrale neogotica per la sua imponenza e la sua architettura, ma i suoi gargoyle non si affacciano sulla campagna inglese, bensì su rigogliose palme e grandi banani.
Gli stessi taxi, tutti esternamente uguali come a Londra, svelano incredibili mondi nascosti al loro interno, perché ciascun autista lo “arreda” a suo piacimento – fermo restando la presenza di un santino raffigurante Ganesh, protettore della città e divinità portafortuna.
Bombay, in conclusione, rappresenta la complessità dell’India attuale, ma va anche oltre, amplificandone ed esasperandone i pregi e i difetti. Se la città è già pienamente entrata nel terzo millennio, ci si chiede quanto impiegherà l’intero paese a seguirne le orme.
Ecco i motivi per cui, parafrasando il ministero del turismo indiano, non ci possiamo esimere dall’esclamare: incredible Bombay!





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