Quando Ernesto Guevara De la Serna ha ventitrè anni non è ancora il Che. A quell’epoca, come molti suoi coetanei, ha tanti progetti in testa e forse ancor di più nel cuore.
Non pensa troppo alla politica a quei tempi: vuole diventare “dottore”, medico. E per quello sta studiando, ottenendo brillanti risultati e avendo davanti a sé ottime prospettive. Perché lui è un ragazzo intelligente e la sua è una famiglia di quelle “inserite”.
Gli mancano pochi esami alla laurea, ma decide per un atto di follia. Una di quelle cose che o si fanno da giovani o non si fanno più. Per diversi motivi, legati ad esempio alle condizioni fisiche, ma forse ancor di più al cuore.
Quello dei ventenni è forte e non ancora inquinato dalla vita. Per ciò può sognare libero. E raccogliere pensieri. Con l’amico Alberto Granado, ventinove anni, decide di scoprire il mondo. Il loro mondo, la loro realtà, quella dell’America Latina. Anche per Alberto la scelta non è delle più semplici. Lui già lavora, è un medico affermato, e andarsene sarebbe una vera e propria follia.
Quindi vanno. A bordo della Poderosa, motocicletta mezza morta e stracarica di oggetti, partono quando l’anno 1951 volge ormai al termine. Un viaggio di migliaia di chilometri, con una moto troppo scassata per poter reggere. Continuamente rattoppata a forza di fil di ferro e mezzi di fortuna viene alla fine abbandonata. Il viaggio proseguirà a piedi, in autostop o con zattere malferme.
I chilometri macinati e le tante facce ascoltate con il cuore stimolano in Ernesto riflessioni profonde. Sono anni difficili per l’America Latina. Anni lontani, anche se, in fondo in fondo, ben poco è cambiato da allora.
A Cuzco rimane meravigliato dal mondo degli Inca. Machu Pichu arriverà a commuoverlo e le riflessioni sulle possibilità dell’uomo si fanno, di fronte a quelle immensità, talmente vaste che nasce in lui, forse per la prima volta, quello spirito rivoluzionario che lo faranno entrare tra gli uomini più celebrati del ‘900.
Ma sarà al lebbrosario di Huambo che le sue convinzioni ideologiche si rapprenderanno come cemento armato. Ha attacchi d’asma, la malattia che non lo lascerà mai, pesantissimi, proprio in quell’ambiente di morte fatto di esili forme che nel nulla scompaiono.
Esseri informi che Guevara affronta da uomo, ancor prima che da medico. La sua prima, personalissima, rivoluzione. Poi, tra i mille aneddoti, ce ne sono anche di più leggeri: come quando a Bogotà conoscono Alfredo di Stefano in persona. Giocatore di punta del Real Madrid, era il Maradona degli anni ’50.
A Caracas, metropoli delle contraddizioni, il suo spirito viene ulteriormente galvanizzato. Ha una fotografia impressa nella mente, quella di “automobili lucenti che riposano alla porta di abitazioni assolutamente miserabili”.
Vede i bassifondi di Caracas, terribili e colmi di fango. Piange, piange dentro. E sono lacrime vere, lacrime di chi qualcosa vorrebbe fare, ma non può. Almeno non per il momento. Poi Alberto ed Ernesto, la cui amicizia è stata rinsaldata da furibonde litigate e bevute notturne, si salutano.
Guevara va dove l’America ha la presunzione di farsi chiamare America con la “a” maiuscola. Quasi non esistessero altre Americhe. Vuol far scalo a Miami, per un solo giorno. Finirà per rimanerci molto di più, tre settimane, perché l’aereo si è guastato.
Con un solo dollaro in tasca vaga per la città come un fantasma. Vive di latte e cammina con i suoi piedi. Macina chilometri, parla di politica con i mendicanti, forse arriva pure lui a mendicare.
Più tardi, dopo aver conosciuto le asprezze fisiche di diverse rivoluzioni, dopo aver vissuto sulla sua pelle guerre civili devastanti, dopo aver odorato la morte a più riprese e aver visto soccombere i suoi amici più preziosi, dopo aver viaggiato in condizioni a dir poco disagiate per mezzo mondo, dirà che quei giorni a Miami furono i più duri della sua intera esistenza.
Perché non era casa sua.



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