L’ultimo viaggio. Buio e terrificante. Lacrime e terrore negli occhi di tre milioni di ebrei.
I sostenitori del nazionalsocialismo deportarono nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Maly Trostenets, Sobibór e Treblinka, tanti bambini. Quattromila e seicento piccole vittime.
Da novembre scorso un convoglio ferroviario è partito dalla frontiera francese con il compito di non far dimenticare la tragedia, per ricordare che sul treno può accadere di peggio che viaggiare senza il biglietto.
La Deutsche Bahn, ereditaria dell’impresa ferroviaria dell’epoca, la Reichsbahn, ha comunque richiesto il pagamento di una cifra considerevole per l’uso delle linee ferroviere e delle stazioni toccate dal convoglio commemorativo.
Nessuno sconto, nessun beneficio. L’indifferenza della società tedesca ha incendiato gli animi e fomentato le critiche.
Il 12 aprile il treno ha fatto tappa a Berlino prima di premere nuovamente il pedale dell’acceleratore verso l’inferno.
Una marcia silenziosa di manifestanti davanti alla porta di Brandeburgo con 4646 candele accese.
Der Zug der Erinnerung, il treno dei ricordi, lascerà domani la stazione Ostbahnhof per arrivare a Brandeburgo e proseguire poi per Potsdam, Cottbus, Dresda, Bautzen, Goerlitz.
Il viaggio terminerà ad Auschwitz l’8 maggio, giorno dell’anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.
Sul treno è stata allestita una mostra fotografica delle piccole vittime del Terzo Reich per cercare di ricostruire le loro storie, dare un volto e un nome a tutti quei numeri tatuati.
Perché il guidatore della locomotiva numero 2455 della Reichsbahn e i guardalinee appoggiarono questo genocidio?
Perché strapparono bambini, donne, anziani dalle braccia dei famigliari, li divisero e li spinsero nei vagoni della morte con brutalità e totale indifferenza?
Guardare negli occhi quelle persone che durante il nazismo non furono guardate. La mostra fotografica è anche questo.
Più di 160mila visitatori sono saliti sul convoglio a vapore e hanno lasciato dei fiori vicino a porte e finestre, ricordando che lì i deportati si afferravano.
Gli occhi cercavano l’ultimo spiraglio di luce e una via d’uscita che non c’era.




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