“C’è un profondo modello di volontariato, e questo è la mamma. Lei è la prima volontaria che lavora tutto il giorno, tutti i giorni, guidata dalla sola spinta dell’amore”.
Si sistema i folti baffi, beve un bicchiere d’acqua.
I suoi capelli sono per metà bianchi e per metà tinti d’azzurro, lunghi e legati sulle spalle.
Dagli occhiali spuntano occhi sinceri e dal volto un sorriso placido.
“Io sono la persona che sono grazie a questa figura. Tutto ciò che di bello c’è in me, viene da lei”.
Hunter Adams, detto Patch.
Sessantatre anni, dallo Stato di Washington, dottore, ideatore della clownterapia e promulgatore della medicina come “prendersi cura del paziente” contrapposta alla mera “cura per una malattia”.
“Se guardo ai problemi del mondo, penso che le risposte arriveranno dal volontariato e non di certo dal business”.
Stoico il nostro Adams, stoico nel ripetere che l’attività gratuita per il prossimo non toglie energie, la regala.
Parole che sono ancora più significative per il contesto: il dottore è seduto al tavolo con i politici di Vimercate, paese ospitante della kermesse Party Volontario, che svolgono un’attività anch’essi per il prossimo.
Il richiamo al non lucro diventa allora parola sacra.
Sacra anche per chi vuole, nella terra del profitto per eccellenza, gli Stati Uniti, costruire un ospedale completamente gratuito. Ospedale progettato ai tempi per partire in quattro anni e ancora mancante dopo trentatrè anni di duro lavoro.
Dall’intoppo nasce però la salvezza.
“Tutti questi anni hanno permesso la nascita di un gruppo oceanico di clown che aiutano il prossimo in centodieci Paesi nel mondo. Siamo arrivati anche in Perù dove abbiamo curato bambini malati di gonorrea”.
Il volontario secondo Adams è una persona che riesce a dare una risposta all’angoscia che regna nei cuori dei cittadini:
“Le nostre nazioni scuotono la testa chiedendosi cosa stia succedendo. Forse i nostri due presidenti dovrebbero impegnarsi di più nel volontariato”.
Scatta un applauso, onesto, vitale.
Le domande dal pubblico “dal naso rosso” fioccano come non mai.
La prima chiama in causa la parola “perdono”.
“Non perdonare è un cancro. Tutti i pazienti che ho avuto che non hanno perdonato o non sono stati perdonati li ho visti condurre un’esistenza miserabile”.
Il riferirsi ai fatti della sua terra è quasi obbligatorio:
“Non credo che una persona pensante creda ancora che la guerra in Iraq sia stata una vendetta. Era solo un ottimo business. Purtroppo però è stata pubblicizzata come tale trasformando il mondo in un luogo pericoloso per tutti”.
La mancanza di perdono negli states ha prodotto una spesa di seicento miliardi di dollari, soldi che Adams si chiede quanto avrebbero potuto far comodo per lo sviluppo d’altri progetti più utili per l’umanità.
La seconda domanda investe la nascita del clown nella vita di Patch, da dove nascono insomma le radici della sua importante attività.
“Quando guardi un albero, ciò che vedi non sono le radici. Di certo se devo guardare a loro richiamo la figura di mia mamma. Anche quella di mio padre, morto in guerra, per la volontà di battermi per la pace.
L’adolescenza passata a contatto con la segregazione razziale. L’uso dell’intelletto mutuato dall’attività d’insegnamento di mia madre. Essere curioso, ricercare. Tutto questo diventa frutto nell’applicare questo mio essere con gli altri esseri umani”.
Il sistema previdenziale statunitense ritorna preponderante nella discussione.
“Non vi sorprenderà ciò che dico, ma io voglio che finisca la medicina vista come business. È umiliante e fa male pensare che la nazione più ricca del mondo rifiuti la sanità a chi non se la può permettere. La televisione fa passare l’idea che il denaro e la prevaricazione sugli altri siano il nostro dio.
Questo comporterà la totale distruzione della nostra specie. In realtà noi abbiamo bisogno di una rivoluzione sotto il segno dell’amore, una decisione globale, prenderci cura di tutti, nessun nemico, fratelli e sorelle”.
Trovando le parole per concludere questo incontro con Patch, uso le sue.
“Io voglio essere un terremoto per il capitalismo”.
Non solo, mi viene d’aggiungere.
Piccolo terremoto di pace in una piovosa domenica di periferia.





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