Ogni anno migliaia di latino americani cercano di passare la frontiera che divide il Messico dagli Stati Uniti, spinti da un irriducibile bisogno di superare il confine della povertà e dell’ingiustizia.
L’amministrazione statunitense di Clinton aveva dato avvio nel 1994 al progetto anti-immigrazione Gatekeeper con la costruzione di un muro in maglia metallica alto tre metri e lungo ventidue chilometri tra Tijuana e San Diego, la zona più delicata del confine Messico-USA. Il perimetro è controllato da telecamere a raggi infrarossi, sensori di movimento, torri di osservazione e filo spinato e il rafforzamento delle forze di polizia di frontiera.
Il progetto ha avuto dei risvolti anche durante l’amministrazione Bush, tanto che sono state introdotte nuove forze di controllo (i minutemen o cazamigrantes) con il compito di fornire informazioni sui movimenti clandestini alla polizia di frontiera.
I dati sull’immigrazione dimostrano che il flusso clandestino non è diminuito ma sono aumentati i decessi di chi ha tentato di entrare illegalmente. Perché?
In seguito a maggiori controlli, i contrabbandieri hanno trovato nuove rotte, meno visibili ma più pericolose. Infatti, gli oltre tremila chilometri di confine sono attraversati da zone desertiche dove la temperatura è altissima, e dal fiume Rio Grande, che ha correnti molto forti.
Ma il sogno di raggiungere la terra promessa è difficile da sopprimere e, abbagliati da storie di compaesani che al di là hanno trovato il successo, i futuri clandestini, continuano a pagare ingenti somme per attraversare il confine illegalmente.
Si affidano ai coyotes o polleros, come vengono chiamati i trafficanti di persone: soprannomi eloquenti che ben rendono l’idea del comportamento che tengono nei confronti degli immigranti.
Il parco ecologico di Ecoalberto a Ixmiquilpan, nello stato di Hidalgo in Messico, si trova a un centinaio di chilometri dalla capitale. Gestito dalla comunità El Alberto, la visita del parco include alcune attività che rispecchiano le tradizioni della comunità indigena iñañu: spettacoli di torce, gite in barca a remi, esercitazioni di tiro con l’arco e visita alle acque termali.
Per gruppi di almeno venti persone è prevista anche la camminata notturna, ovvero la simulazione dell’esperienza di attraversare la frontiera in maniera illegale. Gli organizzatori si propongono l’obiettivo di far vedere ai messicani, ma non solo, quali sono i pericoli di entrare illegalmente negli USA.
E’ una notte lunga e difficile. Boschi di ahuehuete, le tipiche piante di conifere messicane, e i picchi montagnosi in lontananza rivelano un paesaggio magico e surreale, alimentato dai sogni di ricchezza degli immigranti.
I raggi di luce provenienti dalle torce degli ufficiali d’immigrazione riportano bruscamente alla realtà e il cuore comincia a battere forte. Non sono tanto lontani. Occorre far silenzio, mettere a tacere il fiato corto e i pensieri, ascoltare il pollero che accompagna il proprio gruppo e che minaccia di sparare se qualcuno si mette a correre.
Non importa se si è dovuto passare per campi di mais e attraversare rivoli fangosi. I piedi sono bagnati, le gambe fanno male ma bisogna tener duro e camminare lungo il precipizio, evitare di lasciarsi spaventare dagli elicotteri, dall’abbaiare dei cani, dai lamenti dei compagni. Manca poco e poi il peggio sarà passato e una vita migliore inizierà.
Il pollero ordina di bendarsi gli occhi e di salire su un camion. La notte è quasi finita.
La guida sorride ai turisti-immigranti e dice: “Quello che avete sperimentato questa notte non è che il dieci per cento di quello che si passa, quando si decide di attraversare la frontiera davvero”.





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