Un anno fa moriva Ryszard Kapuscinski, il reporter poeta.
Baghdad, 2003. Hotel Palestine. Un albergo dal quale la maggior parte dei giornalisti osserva la guerra da lontano, tra agenzie e notizie ufficiosamente vere, ma mai verificate. Guai a rischiare di tasca propria per raccontare.
Si dice che uno di loro, un giorno, chiese agli altri “ Chissà se Kapuscinski fosse qui con noi cosa farebbe…”. Nessuno rispose, colto forse da imbarazzo.
Finché una giovane giornalista, fino a quel momento perennemente taciturna, rispose mormorando “Impossibile. Non potrebbe mai essere qui con noi. Se fosse a Baghdad sarebbe in una qualche locanda a parlare con gli iracheni.”
Nel 2000 disse di sé stesso che era l’ultimo vero reporter rimasto. Definendo gli altri stanziali.
Nella sua carriera ha vissuto ben 27 tra guerre e rivoluzioni. E viverle per lui significava conoscere un posto fino in fondo. Con la consapevolezza che un luogo non è mai uguale a sé stesso nel tempo.
Un villaggio africano, in questo momento, non è ciò che sarà tra un’ora. E non è ciò che fu.
“Dobbiamo essere consapevoli che il luogo in cui ci troviamo ci viene concesso una volta sola nella vita.”
Profondamente colto, laureato in storia dell’arte a Varsavia, conobbe direttamente le barbarie naziste. Era piccolo, ma quelle ore di angoscia gli rimarranno per sempre impresse nella memoria.
Da grande, decise invece di affrontare la vita prendendola di petto. Collaborò per piccole e semisconosciute riviste polacche, evitando volutamente il grande circuito dei media.
Di tasca propria cominciò a viaggiare raccontando. Non fece mai puro giornalismo di cronaca. Non si accontentò mai della storia fine a sé stessa.
Viveva sempre il piccolo momento inserendolo nel grande contesto della Storia. La sua cultura, vastissima, gli permise di farlo.
Fece letteratura giornalistica.
Ebano, uno dei suoi grandi capolavori, parla di qualcosa di importante, di qualcosa che viene chiamato “Africa”. Ma lui disse che quella realtà era troppo vasta ed eterogenea per credere di potervisi avvicinare tramite una visione “d’insieme”.
Si ammalò di tubercolosi, durante uno dei suoi innumerevoli viaggi nel continente nero e decise, negli anni della sua agiatezza economica, di farsi curare in ambulatori africani.
Per capire meglio. Per vivere davvero la realtà che voleva descrivere.
Come Terzani fu, a proposito dell’undici settembre, tenacemente controcorrente. Disse che doveva essere un brutto episodio che doveva servire all’umanità per riflettere.
E, invece, ancora una volta, caddero bombe dal cielo.
Come quella volta che in Iran si combatté per le strade e, alla fine Khomeiniebbe la meglio. Siamo nel 1978 e Kapuscinski vive direttamente quei drammatici e pericolosissimi momenti. Per darci la gioia di poter, anche noi, vivere quegli istanti attraverso le sue parole.
Sempre tradotte, perché non volle mai abbandonare la sua lingua madre: il polacco.
Poi, seguendo il filo di una cronistoria volutamente non lineare, perchè aderente alla realtà vagabonda di Kapuscinski, il suo Negus. Splendori e miseri di un autocrate, verrà giudicato da Newsweek come uno dei dieci libri migliori dell’anno. Che è il 1983.
Quindi ci racconterà con piglio storico vivacissimo, la caduta dell’impero sovietico. Narrando di ciò che lui sapeva del colosso comunista.
Dicendoci ciò che aveva visto in cinquant’anni di esperienze e di vagabondaggi in una realtà descritta durante la sua evoluzione esplosiva. Terminata poi in una involuzione drammatica.
In Lapidarium ci dice della vita. Della sua, ma anche di come vede la nostra. Sono appunti di viaggio, frammenti di pensieri sparsi in un mondo fattosi troppo ingarbugliato, c’ è profondissima filosofia, ci sono narrazioni episodiche. Un viaggio nel mondo, ma anche dentro sé stesso e dentro noi stessi.
Un reporter così, non può che mancarci terribilmente.





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