Cigaretta - Foto tratta da smokefreeyou.org
Il Kosovo, maggiormente conosciuto nell’ultimo decennio per problemi connessi al conflitto, all’alto tasso di disoccupazione, alla criminalità diffusa, al traffico di nonsisabenecosa, andrebbe più che altro ricordato come la patria del massiccio consumo di sigarette.
Non esistono dati ufficiali (d’altra parte non si conosce ancora il numero preciso dei suoi abitanti), ma in quanto a consumo giornaliero di sigarette per abitante, non ha nulla di che invidiare ad altre nazioni
Basta passeggiare per Pristina o Peja, nel più piccolo villaggio isolato o entrare nelle caffetterie a sud e nord di Mitrovica per accorgersi dell’impressionante numero di fumatori. Il popolare detto “fumi come un turco” andrebbe cambiato. I turchi sono stati superati.
Un viaggio solo in Kosovo è sufficiente per rendersi conto di quanto fumino i suoi abitanti. Caffetterie, ristoranti, uffici pubblici, corsie di ospedali, ufficio del sindaco e del vice ministro, locali notturni. In Kosovo si fuma dappertutto. Non ci sono distributori automatici né i nostri “sali e tabacchi”, ma le sigarette le trovi ovunque, anzi gli infiniti ambulanti (spesso ragazzi) tra un giro e l’altro, le servono al tavolino.
E’ difficile aprire la porta di una caffetteria senza essere letteralmente colpiti da un pugno denso di fumo in piena faccia e quindi nei polmoni. La prima cosa che succede dopo aver preso posto in un ristorante è l’arrivo del cameriere con il posacenere in mano. Bisogna come minimo succhiarsi due o tre sigarette prima di ordinare.
I danni provocati dal fumo, tra giovani, ragazze e fanciulli, uomini e donne, trovano riscontro nelle cifre del Ministero della Salute che mettono bene in chiaro come in questi soggetti siano in aumento tumori polmonari, infarti, problemi cardiocircolatori e problemi di fertilità tra le donne.
Davanti ad un interminabile makiato o al semplice espresso shkurt, non si possono non fumare pacchetti interi di sigarette. L’estate scorsa, lo stesso sindaco di Mitrovica, Bajram Rexhepi, mi ha confidato che in ora pomeridiane, è di solito già arrivato a consumare il quarto pacchetto di “cicche”.
Ci sono comunque altre giovani persone che non hanno la fortuna di avere soldi a sufficienza per comprarsi le Marlboro rosse (monopolio Unmik) o di contrabbando, e per spezzare le lunghe pause di monotonia fumano rabbiosamente altre marche di sigarette più economiche.
La lista per gli appassionati è lunga e variegata. Si può stare senza lavoro ma non senza le New York (lancio promozionale a 50 centesimi), le Menphis, le Ronhill, le Ronson o le Pall Mall. L’indotto che gira dietro al consumo di sigarette è altissimo e anche di questo il signor Ramush Haradinaj (ex-UCK, e ora politico) ne sa qualcosa.
Infiniti sono i manifesti che promuovono nuove marche di sigarette. E l’invito a fumare per essere “cool” è da vari mesi nel mirino delle iniziative del Governo che ha convertito un vecchio provvedimento Unmik [Unmik/Reg/2007/1] in legge [n. 02/L-36] per regolamentare il settore del tabacco.
La normativa che vieta il consumo di sigarette nei luoghi pubblici e privati (articolo 10) sarebbe già dovuta essere operativa, ma le rigide norme in essa contenute non sono ancora state applicate. Si è trattato pertant, di un semplice segnale di fumo, che non ha ancora bloccato questa malsana pratica che nuoce alla salute delle persone, e arricchisce gli uomini del contrabbando.
"Intervento Umanitario e Missioni di Pace" di Marco Mayer - Carocci, 2005

Intervista con Elvira Mujcic, giovane scrittrice bosniaca scappata da Srebrenica prima dell’inizio del genocidio. Viaggio fra le righe del suo nuovo libro, e nella memoria della sua martoriata terra.

Diaro personale di un evento storico così vicino e così lontano da noi. Pagine di memoria densa da sfogliare per conoscere una realtà nel cuore della “Vecchia Europa“.

Srebre-quella cosa là, è a grandi linee il solo nome che la gente comune collega alla Bosnia. C’è stata una guerra? Ah, sì. Forse un massacro.