Uno spazio urbano. Vita e morte convivono in un pensiero cui il mondo occidentale non è abituato. Avviene al Cairo. Un intero quartiere di dodici chilometri ospita un’immensa necropoli. E lì attorno e sopra (tombe ipogee) il popolo trascorre la sua vita. Anna Tozzi, antropologa ricercatrice, ci ha vissuto otto anni. Nella prima parte del suo libro Il giardino di Allah, ne spiega l’origine e la storia.
La necropoli musulmana venne fondata nel 642 d.C. ai piedi delle colline di Moqattam, a est di al Fustat (l’antica Cairo) come primo nucleo di sepoltura dei conquistatori arabi, denominato Al Qarafa, già dopo due secoli l’area iniziò ad essere abitata. Attualmente consiste di diciassette quartieri, ognuno con una diversa struttura topografica e fisionomia.
Da un primo nucleo abitativo costituito dal personale addetto alla sepoltura, si passò ai soggiorni dei sufi (mistici islamici), mulini per il grano, ospizi per i bisognosi (ribat), ostelli per i pellegrini, oltre a mausolei di nobili, principesse, sultani. Durante l’epoca fatimida (979-1171 d.C.) venne costruito al centro della città di al Qahira un cimitero con una moschea funeraria, al cui interno i califfi fecero edificare le loro tombe. Un altro sorse fuori la porta settentrionale Bab el Nasr (la porta della vittoria).
Durante il secolo XIII Saladino nell’intenzione di unificare le quattro capitali egiziane (al Fustat della dinastia degli Omayyadi, al Askar degli Abbassidi, al Qata’i dei Tulunidi, al Qahira dei Fatimidi) in un’unica cintura muraria, portò all’integrazione dei vari cimiteri nel tessuto urbano.
La visita al defunto consiste nel trascorrere la notte tra il giovedì e il venerdì (giorno sacro per il musulmani). Questo spiega il perché degli alloggi. In questo modo i parenti dei defunti possono effettuare tutti i riti. I morti si percepiscono come ancora parte della propria famiglia e della comunità.
“Il vivere a fianco dei propri defunti significa riscoprire anche se stessi. Non è una questione religiosa, è un sentire vicino le persone” spiega Anna Tozzi, “il clima secco permette l’essicazione e non la putrefazione. La maggior parte della gente vuole restare lì. Si continuano a costruire palazzine”.
L’area è sempre stata abitata fin dall’epoca medievale. Dopo la seconda guerra Mondiale e la guerra con Israele che portò alla presa del Sinai da parte dell’esercito ebraico, ci fu uno spostamento di massa nella zona, trovando abitazioni economiche. Adesso la zona si presenta come un microcosmo, dove le donne e i becchini ricoprono ruoli importanti nella scala gerarchica.
Anna Tozzi ci ha vissuto dal 1997 al 2005. “Nel mondo musulmano c’è un’incredibile senso dell’ospitalità” spiega, “Io ho cambiato casa tre volte, per avere una prospettiva di ricerca sempre differente”.
All’interno della necropoli ci sono i mercati. Molto interessante, sono le botteghe di vasi in terracotta. Con l’arrivo della popolazione delle campagne, la zona si è ruralizzata. Sui tetti delle case spesso si vedono allevamenti di capre. “Ho assistito anche a molti rituali” diceva ancora Anna, “fra cui lo zar, ossia un rituale di addomesticamento di uno spirito non maligno”…(continua)





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