“Arrivando per la prima volta in Cambogia, avevo notato che i soldati, durante le battaglie, si mettevano in bocca i piccoli Buddha che avevano addosso. Mi dissero che aiutavano a respingere le pallottole e decisi d’averne bisogno anch’io”.
Tiziano Terzani racconta così, nelle pagine del suo libro “Un indovino mi disse”, la storia dell’Illuminato che portava al collo. Una storia cominciata quando sbarcò in Oriente per scriverne. Anche a rischio della vita.
Come la volta in cui passò il confine con la Thailandia per scoprire di più sui Khmer Rossi. Sino a quel momento le loro atrocità erano solo sussurri, parole portate dal vento senza riscontri oggettivi, testimonianze vere, fatti concreti.
A Poipet stette in piedi per ore, la canna di una pistola puntata sul viso sudato. Tra le mani magre e ossute la teneva un ragazzino delle armate di Pol Pot. Il “soldatino” aveva ricevuto l’ordine di sparare al reporter perché l’avevano scambiato per un americano.
Terzani si salvò spiegando poi a uno dei responsabili delle truppe cambogiane, che parlava cinese come lui, il motivo della sua venuta: era un giornalista italiano, arrivato in quella terra per vedere di persona gli eventi.
Solo anni più tardi mentre rivive l’episodio nel suo libro, associa le due cose: l’effigie di Siddharta, che in quel periodo portava ancora con sé, e la vita salva a dispetto della morte per mano di un ragazzino emaciato.
“Quel Buddha, per me, non era un amuleto. Era l’oggetto di un’abitudine, come l’orologio che uno automaticamente si mette al polso ogni mattina. L’avevo dal 1972”. Scrive ancora Terzani in “Un indovino mi disse”.
E prosegue: “Me ne comprai uno d’avorio e lo feci montare da un orafo cinese. Si trattava di farlo benedire da un monaco. E Pran il mio interprete […] suggerì d’andare dal capo della pagoda più sacra di Phnom Penh”.
Il Pran di cui racconta Terzani è Dith, il futuro fotoreporter del “New York Times”, scomparso pochi mesi fa per un tumore al pancreas. Tutto il mondo lo conosce grazie al film “Urla del silenzio”.
La pellicola, titolo originale “Killing Fields”, ripercorre la vita di quest’uomo straordinario in fuga dai campi della morte Khmer e la sua grande amicizia con Sydney H. Schanberg, giornalista del “Times”.
Ma nel periodo in cui lavorava per Terzani era “solo” un interprete come tanti che cercava di sopravvivere alla guerra. E fu proprio lui che organizzò la cerimonia per benedire il Buddha del reporter italiano.
Il prezzo per il “disturbo” equivale alla somma per un affresco di Siddharta, da dipingere nel soffitto a cassettoni del tempio, che i monaci volevano riportare all’antico splendore.
Seduto a terra, di fronte a dei bonzi, Terzani li ascolta salmodiare per la sua protezione sino a quando uno di loro non chiede da cosa vuole essere salvato. Pran traduce diligente, ma l’italiano non sa rispondere.
Allora un monaco chiede qual è il mestiere dello straniero. Alla parola “giornalista” il bonzo è soddisfatto e sa cosa deve fare: proteggerlo “dall’acqua, dal fuoco, dalla sifilide”. I canti riprendono con vigore e il Buddha viene restituito al suo proprietario “carico”.
Con un’avvertenza, però: “Bisognava toglierselo per fare l’amore. Pran mi spiegò che ‘nei casi urgenti’ bastava buttarlo, con la catenina, dietro la schiena. L’importante era che non vedesse!”.





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La cosa piu triste è che anche le prostitute lo fanno.
Girano la catenina con il Buddha che indossano al collo dietro alla schiena.
La cosa più bella è che ce l’abbiano.