Giornalista in incognito, mascherato per infiltrarsi meglio tra la criminalità e in ambienti dove la riservatezza della propria identità significa sopravvivere.
Io, oggi, mi sono travestito.
Chi avevo davanti però non erano pericolosi criminali, ma clown che portano il sorriso nelle corsie degli ospedali.
Poteva un giornalista seguirli in abiti civili? La risposta, ovviamente, è no.
Sebastien, in arte Bonito, mi aveva promesso di portarmi a vedere come la sua associazione opera effettivamente sul campo.
E ora eccomi qui, nove del mattino di una domenica, all’ospedale Luigi Sacco di Milano.
Con noi ci sono altri tre volontari d’esperienza: Crock, Gonzo e Putipù.
Dalle valigie senza fondo di questi ragazzi saltano fuori per l’occorrenza tutti i vestiti e gli arnesi che mi permetteranno di entrare a pieno nelle vesti di un quasi perfetto ‘dutur claun’.
Manca solo un nome e un particolare che mi contraddistingua. Niente di più facile per delle persone che della loro fantasia hanno fatto uno strumento per aiutare il prossimo.
Il mio nuovo nome è “Tam tam” e la mia qualificazione è quella di “clown stagista” vittima di un contratto del tipo “co.co.co.codè”.
Il risultato è da schianto e subito però mi porta a dover assistere al difficile anche se divertente lavoro di sostegno delle persone ricoverate in un struttura ospedaliera.
Il nostro arrivo sembra riempire il già ben colorato reparto di un arcobaleno d’emozioni, come se chi ci vede arrivare ricordasse la parte “bimba” che negli anni è stata accuratamente ripiegata nel proprio “taschino sociale”’.
I pazienti aspettano, noi siamo qua per questo.
La prima ad essere visitata è una giovanissima coppia con un bimbo piccolo, piccolo che sta dormendo sul letto della mamma.
Lei, scossa ancora dal parto e dall’evento unico, ha una reazione emotiva e scoppia in lacrime non appena ci vede arrivare.
Gli specialisti della clownterapia sono però ottimi nel farle ritornare il sorriso coinvolgendo anche il timido marito in un finto, quanto esilarante, Ménage à trois dove il clown Bonito si dichiara prima a lei, oramai con il sorriso sulle labbra, e poi anche a lui, presto co-partecipe della felicità della moglie.
Congedatici dalla coppia incontriamo un’altra neo mamma, questa volta originaria del Brasile.
Come si poteva immaginare tra balletti carioca e un collegamento satellitare nella quale io svolgo il ruolo dello stagista mandato allo sbaraglio a intervistare il marito della signora il ritmo delle risate riempie presto tutta la camera.
Gli ingredienti per una ricetta di sicuro successo: uno spazzolino del gabinetto come microfono e una tavoletta del wc come schermo in stile “video messaggio”.
Il lavoro della stanza successiva è però ben più complicato.
Dovete sapere che negli ospedali italiani ogni paziente che non abbia ancora compiuto i diciotto anni viene messo nel reparto pediatria.
Gli anni di questa povera ragazza sono diciassette ed il suo malessere sembra più derivato dall’infelice e sminuente posizionamento ‘tra i piccoli’ che da altri motivi clinici.
Cosa chiedere di più se non l’arrivo di cinque clown pronti a consegnare un video messaggio da un ipotetico fidanzato?
La ragazza, come normale che sia per ogni adolescente, fa molta resistenza all’invito festoso, ma un libro del grande Paolo Coelho decantato con il collaudato metodo “tazza-spazzolino” riesce nel tentativo di strappare alla paziente belle risate di distensione.
Nella stanza successiva c’è forse ad aspettarci il momento più toccante della mattinata: una simpaticissima bambina di tre anni, attaccata ad una flebo ed ipnotizzata da uno schermo televisivo.
I miei amici “mutlicolore” si sbizzarriscono in ogni sorta di gioco e in poco tempo la bambina si lascia andare in fragorose risate che riempiono la stanza fino a quel tempo oscurata da un plumbeo silenzio.
Con la coda dell’occhio noto però quello che forse mi ha intenerito di più: la mamma al vedere la sua bimba sorridere di nuovo si lascia andare in disparte a un silenzioso pianto.
Il dolore, ho imparato presto, è molto più vivo nel cuore degli adulti, cuore che, oppresso da comprensibili e inevitabili stress, ha poco la capacità di distendersi in una risata.
I miei amici clown sono però qui per questo e anche quel pianto di felicità è il segno del loro passaggio.
Il resto della mattinata è dedicato proprio a quella parte dell’ospedale che per professionalità sente più disagio nell’aprirsi al sorriso.
Spostandoci per i corridoi, riusciamo a essere ammessi nella stanza tipica dove i bambini riposano e i parenti li guardano sorridenti da dietro un vetro.
Diventiamo allora “prede” facili di nonni e zii che ancor prima di vederci in azione ci ringraziano per il geniale servizio scattandoci una marea di foto e girando innumerevoli filmati da lasciare in eredità al nascituro.
Il servizio dei clown è anche questo.
Però ogni servizio ha anche la sua ricompensa e questa oggi arriva in forma d’invito ufficiale nella stanza “relax” del personale ospedaliero per un caffè.
“Nessuno ci insegna come trattare i pazienti, esiste una base che viene insegnata ma il resto è una cosa che s’impara ogni giorno sul campo”.
Così mi hanno risposto, tra un biscottino e un altro, le ragazze che lavorano in quell’ospedale.
Nella stanza, oramai diventata un covo di “allegre risate”, non si contano più le nostre gaffe (la tipica è chiamare un medico infermiera) che rendono quest’incontro unico nel suo genere.
Il tempo è tiranno però e dopo essere ritornato in abiti civili con il resto della truppa è ora di un momento di condivisione intorno a un mini-tavolino nella stanza dei giochi.
Insomma un momento serio dal retrogusto sempre felice.
Di ritorno a casa alla sera mi tengo tra le mani il regalo che mi hanno fatto: il naso rosso da claun.
Mentre guido nella città illuminata indosso questo buffo arnese.
Al semaforo vedo un signore anziano che guarda perplesso la mia figura.
Penso sorridendo tra me e me: “non ha mai visto un clown guidare una macchina?”.
Ingrano la prima e ritorno alla vita normale.
Con un naso rosso in tasca.






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