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I fotoreporter della seconda guerra mondiale - foto : Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal - Foto tratta da The National Archives
Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal - Foto tratta da The National Archives

I fotoreporter della seconda guerra mondiale

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Verso la fine del XIX secolo, gli eserciti comprendono l’importanza della fotografia. Nelle nazioni militarmente più progredite nascono le prime sezioni fotografiche, i cui prodotti non hanno finalità propagandisitche, ma prettamente tattiche.

Si comprende che immortalare le posizioni occupate dal nemico nel tempo, ad esempio, può essere fondamentale per il proseguo delle operazioni belliche.

Sarà solo con Benito Mussolini, che la fotografia di guerra sarà utilizzata per fare propaganda: durante la guerra d’Etiopia, ad esempio, predispose il primo ufficio stampa del mondo.

Forse, da quell’esempio nascerà l’impulso in tutti i governi di raccontare la seconda guerra mondiale per immagini. Immagini spesso edulcorate o amplificate in determinati aspetti eroici, ma comunque sempre storia visiva di un conflitto senza precedenti.

Certo esistono anche foto e video della grande guerra, ma è solo con il secondo conflitto che il progetto diventa sistematico. Le immagini non sono casuali, nascono dall’impegno e dalla passione di veri e propri fotoreporter addestrati a puntino.

In Inghilterra, ad esempio, nacque la prima scuola di fotogiornalismo. Si insegnavano i rudimenti tecnici, si teorizzava su tempi di posa e apertura di diaframmi, ma anche di come affrontare la guerra. In quei corsi, ad esempio, si imparava a muoversi su terreni accidentati, tra cannonate e fiumi, senza rompere l’attrezzatura.

Il contesto è un altro, la guerra del Vietnam, ma chi non ricorda il fotoreporter del film Full Metal Jacket, il quale abbarbicato alla belle e meglio sui fili spinati delle trincee rischia la vita pur di fare una fotografia?

Se presso gli archivi fotografici nazionali di Londra e Washington oggi possediamo un vasto corredo documentaristico sulla seconda guerra mondiale, lo dobbiamo a quegli intrepidi che hanno rischiato la vita per una passione bruciante e irrinunciabile: quella di raccontare.

Quando gli Stati Uniti entrano nel conflitto, non volendo essere da meno rispetto ai colleghi e nemici già in azione da un paio d’anni, organizzano il U.S. photographic pool, a cui aderiranno prestigiose riviste del calibro di Life.

Nel 1943 su alcuni fronti di guerra si potevano scorgere veri e propri osservatori predisposti appositamente per i fotoreporter tesserati. La guerra comincia a diventare spettacolo.

Non mancano episodi avventurosi, come quello di Douglas Duncan, fotografo statunitense, il quale pur di far foto originali la studiò proprio bella: fece costruire un cono con una testa trasparente e lo fece saldare sotto la pancia di un aeroplano.

Quell’aggeggio si poteva aprire e richiudere ermeticamente. Ebbene, Douglas volò in quella specie di loculo e da quella posizione vertiginosa scattò foto memorabili. Non tanto per la loro espressività o bellezza, quanto piuttosto per l’audace “terreno di lavoro” che le contraddistinse.

Ovunque ci si volga, chiunque facesse fotografie, sia che il professionista rispondesse ad un governo dell’Asse o a uno degli Alleati, colpisce come un pugno nello stomaco una feroce contraddizione: qualcuno ha detto che i fotoreporter della seconda guerra mondiale utilizzavano i rullini né più né meno come i soldati usavano le pallottole. Materiale prezioso, materiale che esigeva freddezza e lucidità anche nelle situazioni più aberranti.

Molto spesso, nella stessa striscia di negativi, si venivano a sommare fotografie emotivamente incompatibili: accanto a un ragazzo che, ad esempio, sorrideva felice di tornarsene a casa, attendeva di esser sviluppata, mortifera, la fotografia di un decapitato. Facce di giubilo accanto a fucilazioni e depravazioni di ogni tipo.

Ma quelle peggiori non sono quelle che danno l’idea di devastazione. Non sono quelle dell’Hiroshima spazzata via da un folle vento di calore. Lì il puzzo di morte si sente. Ed è quasi confortante capire che quella fotografia ci parla di cose comprensibili, benché atroci.

No: le fotografie peggiori, quelle che nessun bimbo dovrebbe mai vedere, nemmeno quando diventa adulto, sono quelle il cui inconfondibile soggetto, posto visibilmente in primo piano, è un corpo mutilato, amputato, gambizzato o castrato.

E anche qui non è il soggetto in sé la cosa più terrificante. Perché ancora una volta capiamo di cosa si tratta. Raccapriccianti sono invece gli sfondi: non è raro vedere soldati che, dietro ai corpi fatti a pezzi, salutano festanti o gesticolano segni di vittoria. Sono facce sempre sorridenti.

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"La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani - Longanesi, 2006

Il giornalista quasi perfetto

"Il giornalista quasi perfetto" di David Randall - Laterza, 2009



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