Milano, Piazza Luigi di Savoia, ore 10:00 della mattina. Questo lato della stazione forse si può definire il “formicaio” del terminal, infatti, in poche centinaia di metri sono ammassati ben tre capolinea degli autobus per gli aeroporti ed un parcheggio d’ampie dimensioni.
Tra i passeggeri presi dal loro incedere frenetico e strilloni che tentano di vendere biglietti per i bus c’è una piccola comunità che vive proprio grazie al lavoro di facchinaggio. Si muovono in gruppi ben divisi e sono pronti a prestare i propri servigi ad ogni arrivo di un viaggiatore sovraccarico di bagagli.
Subito ne vedo uno che riesce a essere “assunto” da una giovane coppia di spagnoli con ben sette valigie. Faticosamente ma diligentemente quest’uomo accatasta tutti i bagagli sull’esile carrello nero e si accinge ad accompagnare alla meta pattuita i due turisti.
Da distanza lo osservo e alla fine del suo lavoro mi avvicino per sapere di più di quest’attività. “Erano più di venti chili, per soli tre euro li ho portati dall’altra parte della stazione, forse non dovevo accettare”. E’ un uomo di mezza età, romeno come la gran parte delle persone che svolgono in nero quest’attività.
“Si può guadagnare abbastanza per sopravvivere e per mettere un po’ di soldi da parte”. Non riesco nemmeno a chiedere spiegazioni che quest’uomo mi dice con fierezza: “Devo mettere via soldi per mio figlio che in Romania è all’università”.
Mentre stiamo parlando vediamo che un gruppo di poliziotti fa sloggiare un clochard ubriaco e semi svestito. Le forze dell’ordine sembrano in ogni caso indifferenti a Paolo (così si fa chiamare il facchino romeno) e ai suoi colleghi che, in effetti, se non fosse per gli indumenti un po’ trasandati, sembrerebbero dei lavoratori della Stazione.
Continua inarrestabile Paolo nel suo raccontare: “Sono qui dal duemila, è un momento difficile questo e quello che faccio qui molte volte serve per la sola sopravvivenza, lasciando ben poco ai calcoli su ciò che riesci a risparmiare”. Scherzando gli dico allora che sta parlando come un ragioniere e lui prontamente mi risponde: “No, no, ognuno deve essere un piccolo ragioniere nella propria vita”.
Incuriosito dalla sua loquacità allora gli chiedo se in tutto questo riesce anche a pagare un affitto. “No, io ho una baracca isolata, in zona Ponte Lambro, è tutta mia, in zona non c’è nessuno e quando vado via non devo nemmeno chiudere la porta”. Paolo sembra molto orgoglioso di quel poco che ha.
Quel poco che ha è rappresentato anche dai suoi colleghi con i quali condivide anche la fatica di una vita sul marciapiede ogni giorno dell’anno, in ogni condizione climatica. Il suo gruppo è composto da altri tre romeni e un indiano, accettato dalla “compagnia” come un fratello. ”Oramai lui è romeno come noi” dice sorridente un altro uomo che con un carrello fa il suo veloce ingresso sulla piazza.
”Vedi, io chiedo se posso aiutare a portare i bagagli ma se mi dicono di no, non insisto, non voglio che pensino che li voglia derubare”. La zona, a parte gli scrupoli fondati di quest’ultimo, è comunque ben sorvegliata: in un perimetro quadrato di trecento metri ci saranno una decina di telecamere ‘panoramiche’ con visuale a 360 gradi.
Dopo avermi offerto ripetutamente da bere vino mi spiegano che loro lavorano come un team e tutti si aiutano a vicenda rispettando rigorosamente la legge di non ‘soffiarsi’ i clienti. “Guadagnare quel che basta per mangiare e comprare una bottiglia di vino per stare in compagnia e sentirsi uniti”.
Alle volte esagerano nel bere ma poche volte diventano seriamente molesti, forse anche perché sanno che un solo problema con le forze dell’ordine significherebbe un allontanamento di massa da questi luoghi. Luoghi che si sono divisi religiosamente: “Non lavoriamo tutti insieme, siamo gruppi separati e ci siamo divisi la banchina degli arrivi per non litigare”.
Vorrei sapere allora se mai a qualcuno fosse andata bene superando così con gli introiti la pura soglia della sopravvivenza. “Certo, ci sono persone che hanno fatto buoni affari. Quello che vedi laggiù ieri è stato fermato con la ricevuta di un vaglia di 7.000 euro che aveva inviato alla sua famiglia. Però il più delle volte il guadagno nostro è misero”.
L’internazionalità delle persone che girano intorno alla Stazione può essere sperimentata con mano chiedendo di visionare i soldi ‘fatti su’ in una giornata da questi instancabili lavoratori: dalle tasche logore fanno capolino monete egiziane, dollari statunitensi, pesos, oltre che chiaramente i nostrani euro.
La mente però scorre ai fatti di cronaca dell’ultimo periodo e ai romeni messi alla gogna mediatica. Spontaneamente allora chiedo a Paolo cosa ne pensa dei suoi connazionali ‘cattivi’, connazionali che rischiano di infangare il buon nome della Romania e dei ‘bravi’ cittadini romeni d’Italia. “ Bravo è solo Dio – mi ammonisce pazientemente – noi sbagliamo sempre, siamo uomini, uomini che sbagliano e su questa verità c’entra poco la nazionalità”.






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