Nel 1948 lo stato di Israele venne proclamato ufficialmente indipendente. Allora, la situazione in cui versava non era delle migliori. Ma dopo 60 anni dalla sua indipendenza: che cosa è cambiato?
Attualmente questo stato sta attraversando un momento davvero difficile, dovuto alle guerriglie tra arabi e iraniani, ma anche tra gli israeliani stessi e i paesi vicini.
Ad aumentare questa situazione di disagio e di instabilità sociale ed economica, interviene anche lo scontro interno, tra la popolazione. Di fatto, molte situazioni di terrore e tafferugli tra le strade delle città sono provocate dalle lotte infragenerezionali.
Si sono infatti create all’interno della popolazione due poli, il primo che porta alta la bandiera in favore delle innovazioni, e il secondo che preferisce mettere un freno a tutto ciò che riguarda la modernità, poiché si pensa che con essa, tutte le tradizioni verrebbero a mancare.
E così, a 60 anni dalla sua indipendenza, la sfida di Israele rimane ancora quella della sua identità culturale.
Nel lontano 1948, l’Onu divideva il territorio palestinese in due parti: il Jewish State e il Arab State. Ciò che è accaduto successivamente è alquanto risaputo.
La crescita demografica, però, ha portato a un’erosione della maggioranza ebraica all’interno dei confini tra la parte araba e israeliana.
Un’ulteriore questione urgente è pertanto la scelta tra il voler uno stato ebraico, uno democratico e uno esteso sulla zona storica che si estende dal Mediterraneo al Giordano.
E quella che si prenderà, sarà una scelta in grado di decretare il destino del paese nei prossimi decenni. E perché la questione venga risolta facendo in modo che nessuno venga danneggiato, occorre l’unione.
Questo è il momento per star vicini, nonostante tutte le lotte, le guerre, le persecuzioni e le migrazioni verificatesi. Bisogna sentirsi uniti ed essere più forti per affrontare il futuro, che si prospetta altrettanto difficoltoso.
Molti passi avanti sono stati effettuati dall’attuale Presidente Shimon Peres, il politico di più lungo corso nel paese, che ricevette nel 1994 il Premio Nobel per la pace insieme a Yasser Arafat e Yitzhak Rabin.
Lui, che da quando ha 11 anni vive nello stato di Israele, promuove la speranza, affinché i rapporti con gli stati vicini possano trasformasi in relazioni pacifiche e per l’inizio immediato di trattative di mediazione con la Turchia.
La cosa che ha caratterizzato fortemente questo popolo è stata da sempre la capacità che ha dimostrato nel riuscire a tenere vicini tra loro persone che vivevano magari una situazione diversa a centinaia di chilometri di distanza.
Quando si verificavano le persecuzioni verso gli ebrei, Israele ha sempre fatto in modo di far sentire loro la sua presenza per far capire che, nonostante le lontananze, si era uniti. Tutti per la stessa causa. Tutti insieme per aiutarsi a fronteggiare le avversità.
E insieme sono sempre riusciti in qualche modo a proseguire.
Sebbene la loro storia è pregna di dolori e brutti ricordi, la fede li ha sempre accompagnati e supportati nelle loro scelte ovunque nel mondo loro fossero.
Li ha portati a crescere come popolo e come nazione. Li ha portati a creare situazioni di crescita sociale ed economica.
Non per niente gli israeliani tengono come cavalli di battaglia l’agricoltura, la medicina, l’high tech e le nanotecnologie.
Sebbene ultimamente si sia diffuso in gran parte del mondo l’immagine non proprio pacifica di questo stato, dobbiamo comunque ricordare gli aspetti positivi, come la multiculturalità.
Qui, infatti, è stato il teatro di molte immigrazioni, che hanno portato Israele a diventare uno dei paesi più eterogenei al mondo, con una grande quantità di lingue diverse.
A loro lasciamo l’augurio che i prossimi 60 anni saranno come questi: ricchi di speranza e buone prospettive per il futuro.





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