Nella giungla del Laos, la canna dei kalashnikov brilla davanti al fuoco vivo dell’accampamento Hmong.
Sono un cerchio seduto di uomini, donne e bambini che raccontano la loro storia a Thomas Fuller, reporter del New York Times.
E’ arrivato sino a qui, nel cuore della boscaglia, dopo aver camminato giorni e giorni attraverso le vallate impervie delle montagne per scoprire gli ultimi guerriglieri.
Furono assoldati dalla Cia nel 1961 per fare incursioni contro i vietcong sul sentiero di Ho Chi Minh: quello che collegava il Vietnam del Nord al Sud.
L’Agenzia addestrava, riforniva, guidava questi combattenti indigeni in operazioni notturne contro i gialli. E li pagava nel silenzio.
Il Congresso non sapeva, almeno ufficialmente, delle operazioni. Volute fortemente dall’allora capo della Cia nell’area asiatica, Tony Poe. In quella zona la guerra non c’era. O non avrebbe dovuto esserci.
I militari a stelle e strisce sceglievano gli obiettivi. Gli Hmong colpivano.
“Mr Tony, Mr Tony” ha detto uno dei guerriglieri a Fuller. “Noi combattevamo per lui”.
Sino a quando nel 1975 Saigon cadde, gli americani se ne andarono dall’Indocina – per poi tornare oggi a smerciare Coca cola e altro – e i “soldati delle foreste” furono abbandonati. Anche e soprattutto dopo la rivolta di Pathet Lao e la cacciata del generale filo-occidentale Vang Pao.
Non era più terra per loro. E molti fuggirono verso l’Occidente.
Circa 270 mila vivono oggi negli States, 15 mila in Francia, 80 mila in Thailandia dove sopravvivono in alcuni campi profughi.
La maggior parte, però, non ha voluto o potuto scappare: quasi mezzo milione di Hmong sono ancora in Laos e tra loro diverse centinaia di guerriglieri.
Quelli che ha incontrato il reporter del NYT. Quelli che si sentono ancora soldati americani.
Hanno più di cinquant’anni, mal vestiti, mal nutriti, mal armati. Ma sono ancora guerriglieri efficienti. Anche se non serve più, ricordano ogni nome in codice di siti e agenti Cia.
Abitano in campi di alberi e frasche che distruggono e ricostruiscono ogni volta per fuggire ai militari di Vientiane. Per loro sono spie. Li braccano. Li uccidono.
Ma a morire, come in tutte le guerre, grandi e piccole che siano, sono quasi sempre i più deboli: gli anziani, le donne. E, soprattutto, i bimbi.
Amnesty International ha gridato nel silenzio contro il governo del Laos. E il ministro degli Esteri ha liquidato il problema con una risposta da epitaffio: “Banditi delle foreste”.
Gli americani sostengono di non poter far niente, dopo quello che hanno già fatto. “Li abbiamo aiutati a combattere contro i comunisti, quarant’anni fa, dando tutto il nostro supporto”.
Eppure loro, gli Hmong, continuano a sognarla, l’America. Ascoltano dalle radioline portatili i programmi Usa, e sperano sempre che un giorno arriveranno paracaduti d’aiuti, con un visto per Washington dentro.
Le alternative sono un lager di campo profughi, la morte nella foresta per sfinimento o una pallottola di Vientiane.
Nella giungla del Laos, la canna dei kalashnikov arrugginisce davanti al fuoco spento dell’accampamento Hmong.





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