L’India fu per lui una terra sempre vagheggiata. Spesso desiderata, sempre sognata e alla fine cercata.
Hermann Hesse vincerà il Premio Nobel per la letteratura nel 1946, ma quando decide che è stanco ha solamente 34 anni. Siamo nel 1911 e lui sta attraversando un periodo difficile.
Tre figli e una sposa con la quale il rapporto si è fatto ormai impossibile. Una terra dalla quale sa di provenire, ma che sente ormai lontana, perché svuotata di quei contenuti che l’avevano per secoli innalzata a baluardo culturale.
Un intero continente che lui sente come infiacchito, imbarbarito, troppo individualistico. Un’Europa e una moglie dalle quali dover fuggire. Il più lontano possibile.
Il più lontano possibile dal punto di vista spaziale, certo, perché più chilometri ci sono tra lui e le sue due ex amanti, meglio è. Ma quella che cerca è pure una distanza culturale e psicologica.
Sogna l’India, con la sua spiritualità e il suo fascino esoterico. Salperà da Genova nel settembre del 1911, quando la stagione da noi comincia a farsi fredda e quando la stagione da loro comincia a farsi calda. Rimarrà tre mesi in Asia, ma l’India non la vedrà mai.
Sarà in Malesia e a Singapore. Tra le foreste di Sumatra e nell’isola di Ceylon, situata a pochi chilometri dal vertice meridionale del triangolare paese. A un passo dall’India, insomma.
E fu proprio in quel momento, a pochi attimi dal suo sogno sublime, che tornerà sui suoi passi. Reimbarcandosi verso la temuta Europa.
L’episodio non fu mai chiarito del tutto, anche se le ipotesi sono state molte. Hesse, il cui carattere era molte cose tra loro diverse, ma senz’altro raffinato e sensibilissimo, ebbe con tutta probabilità paura.
Come quando ci troviamo di fronte a quella donna per tanti anni desiderata. Come quando un progetto ed un sogno sono prossimi alla realizzazione. Temiamo la felicità o abbiamo paura del fallimento.
Avrà il terrore della delusione, i cui sentori aveva già fieramente annusato nei paesi asiatici visitati.
L’immenso continente, di cui Hermann Hesse, a onor del vero, vide soloalcuni posti, lo colpì nel cuore come frecce d’amore. Da una parte.
Dall’altra lo deluse profondamente.
Ciò che fu per lui una vera meraviglia furono i paesaggi divini, fatti di limpidissimi fiumi e foreste tropicali. Animali straordinari e montagne commoventi e spaventose.
Il disinganno venne invece dalla cultura, in cui la spiritualità tanto ammirata dalla lontana Europa non si rivelò altro se non un mito. Un mito perduto.
In merito alla fetta di società asiatica che vide, utilizzò i seguenti termini: “Scadente, imbarbarita, esteriorizzata, corrotta”. E, dunque, dopo aver visto tanto sfacelo, decise di abbandonare l’idea di vivere l’India.
Perché viverla veramente sarebbe stato oltremodo pericoloso, vagare per le sue speziate strade e osservare i volti degli abitanti avrebbe potuto significare la morte spirituale di un uomo che cercava qualcosa in cui credere.
E qualcosa di cui innamorarsi.
Capì che l’India come luogo reale non esisteva. Ciò che nelle mappe veniva presentato come un triangolo rovesciato, altro non era se non un lembo di terra calpestato da uomini non dissimili da quelli che avevano violentato l’anima vera dell’Europa.
Anzi, forse capì che l’India esiste per davvero. Come luogo della fantasia salvifica, però. Come rifugio da sensazioni troppo terrene. Come rimedio ai mali della stoltezza umana. Bastava sedersi e pensare a un luogo inesistente.
Perché ciò che siamo forse non esiste e cercare una completezza dentro a terre reali non poteva essere la soluzione.
Tornò e scrisse il suo libro più famoso, Siddharta, divenuto emblema spirituale per intere generazioni di giovani. Racconto di un bramino che incontra il Buddha. Ma di questo incontro non vorrà far tesoro, così come Hermann Hesse non avrebbe saputo trarre vantaggio da una conoscenza diretta dell’India.
Perché la saggezza esiste, ma non va cercata lontana. E’ dentro di noi.





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