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Hamas, onomastica della lotta

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Qual è il ruolo giocato da Hamas nello scacchiere internazionale? Quando l’organizzazione, nata come movimento umanitario, si è trasformata in un gruppo terroristico? E in questo processo, quali sono state le colpe dello Stato d’Israele?

Il Movimento di Resistenza Islamica, che nel 1987 assumerà l’acronimo di Hamas, venne finanziato negli anni settanta e ottanta da paesi come Siria, Arabia Saudita e, più indirettamente, da Israele.

Questo perché l’organizzazione, fino alla scalata al vertice di Ahmed Yassin avvenuta nel 1985, si proponeva di combattere la corruzione, di moralizzare i costumi e di sostenere economicamente e dal punto di vista educativo le fasce meno abbienti della popolazione.

Nel 1987, parallelamente allo scoppio della prima intifada, Hamas divenne il braccio armato dei Fratelli Musulmani, dando così il via ad una serie di proclami politici con l’intento di convincere gli islamici della necessità di annientare Israele.

Lo scopo della lotta è quello di “creare una teocrazia islamica e di liberare la Palestina, terra che”, secondo Hamas, “appartiene ai musulmani, è stata consacrata a loro e così sarà fino al giorno della resurrezione”.

Per raggiungere l’obiettivo è imperativo colpire il nemico. In primis i collaborazionisti. Quindi i soldati israeliani. Infine i civili, colpevoli di appartenere ad uno stato militarizzato e invasore.

Dopo essere stato arrestato sul finire degli anni ‘80, il leader Ahmed Yassin (ucciso in un raid nel 2004) viene rilasciato dalle autorità israeliane a condizione di interrompere immediatamente la predicazione antisionista. Così non è stato.

L’errore commesso da Israele è stato quello di sottovalutare la forza di volontà e di persuasione dell’organizzazione credendo, a torto, di poterla facilmente controllare e gestire.

Il 1988 è stato l’anno dello strappo tra Hamas e il movimento laico, fondato negli anni ’60 da Yasser Arafat, Al-Fatah, che ha riconosciuto l’esistenza di Israele, innescando così una spirale di violenza che ha determinato la crisi attuale nella Striscia di Gaza.
Attentati suicidi. Donne-bomba. Pullman sventrati dalle esplosioni. Macerie ovunque. Escalation di disperazione e odio. Migliaia di morti da entrambe le parti. Questo il biglietto da visita della guerra in Medio Oriente.

Nel giugno del 2006 Hamas, presentandosi per la prima volta, ha vinto le elezioni politiche, insediandosi in alcune regioni della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sottoposta, secondo gli accordi di Oslo del 1993, all’Autorità nazionale palestinese (Anp).

Molto si è discusso della necessità di dialogo con Hamas, specificando che il movimento ha vinto libere elezioni e, come tale, è stato legittimato dalla società civile. Nondimeno, gli elettori che hanno avuto diritto al voto, sono solo coloro che vivono nelle terre occupate.

Il mese scorso l’esercito israeliano ha invaso la Striscia di Gaza, destabilizzando una situazione già di per sé drammatica che, immancabilmente, colpisce la popolazione inerme e non porta mai ad un concreto cambiamento.

Nove mesi. Questo è il tempo che rimane al primo ministro israeliano Ehud Olmert e al Presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, per far rispettare gli accordi di pace che entrambi hanno sottoscritto davanti al presidente americano George W. Bush lo scorso novembre ad Annapolis.

Come sancito nel 1948 dalle Nazioni Unite, la soluzione migliore sarebbe la creazione di due Stati indipendenti che vivano l’uno accanto all’altro.

Ma per giungere a questo, bisognerà superare diversi ostacoli. Disegnare i confini dei due Stati. Decidere il ruolo di Gerusalemme Est. Ordinare il ritiro israeliano dai Territori Occupati e il rientro degli esuli palestinesi.

La sicurezza. Niente di tutto ciò si potrà mai realizzare se Hamas continuerà, spalleggiata da Iran e dagli altri gruppi terroristici internazionali, negli attacchi suicidi contro obiettivi israeliani e se lo stesso Israele non ammetterà gli errori commessi.

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