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Golfo del Messico: la zona morta - foto : Gulf of Mexico ©  bgautrea
Gulf of Mexico © bgautrea

Golfo del Messico: la zona morta

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Come nei vecchi film, il pericolo arriva dal mare.

Non stiamo parlando di enormi squali che sgranocchiano qualsiasi cosa capiti alla loro portata, stiamo parlando della “zona morta” nel Golfo del Messico.

Anzi, gli squali c’entrano eccome, solo che di rimando: queste acque sono così prive d’ossigeno che le povere bestie si trascinano sulla riva e banchettano con gli ignari bagnanti.

Ma cosa sta succedendo allora in questa suggestiva zona nel sud degli States?
Bene, è molto semplice spiegarlo.

L’area in questione è stata invasa dalle alghe che proliferando hanno assorbito ogni metro cubo d’ossigeno rendendo la zona mortalmente inabitabile.

Il lettore attento si chiederà che cosa abbia “concimato” la flora marina tanto da causare una così rigogliosa crescita improvvisa.

Il concime chimico, appunto.
Rilasciato in grande quantità nei terreni, quest’ultimo scivola nei fiumi arrivando direttamente nelle acque del Golfo.

I dati segnano un triplicare di queste sostanze e anche un’oscena espansione di quella che è chiamata dead zone: solo nel 1999 la zona morta si estendeva per la bellezza di 7728 miglia quadrate (praticamente come lo stato del Connecticut e del Delaware messi insieme).

Secondo le Nazioni Unite il fenomeno è mondiale.
Infatti uno studio del 2003 dimostra che dal 1960 il numero di questi “inferni marini” è praticamente triplicato in tutto il pianeta.

La colpa principalmente è attribuibile alla diffusione globale dell’agricoltura intensiva.

La natura avrebbe potuto anche ovviare a questo “disguido” biologico.

Le acque dei fiumi infatti diluirebbero le sostanze fertilizzanti.
Peccato che a scarseggiare sono anche le piogge e quindi la siccità degli invasi completa l’opera.

Se poi si pensa che nelle Filippine tra il 1961 ed il 2005 l’utilizzo di queste sostanze sintetiche è cresciuto del 1000 per cento, la catastrofe ambientale è servita.

Non c’è poi una via semplice per risolvere il problema: il monitoraggio copre una vasta area spesso a cavallo tra più nazioni, le fonti sono difficilmente rintracciabili, le concentrazioni variano costantemente e per finire la corruzione alle volta frena la ricerca.

Intanto i fertilizzanti uccidono indisturbati.

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