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Gitananda ashram, spiritualità d’India - foto : Altare (Sv), la statua di Shiva © Liza Binelli
Altare (Sv), la statua di Shiva © Liza Binelli

Gitananda ashram, spiritualità d’India

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Chi transita per l’Alta Valbormida, nell’entroterra ligure, mai direbbe che fra quelle colline fitte di vegetazione mediterranea si cela un ashram, un luogo devozionale hindu. Eppure, dal 1984 è stato fondato da Yogasri Svami Yogananda Giri ad Altare, in provincia di Savona, il “Gitananda ashram”. Il più grande d’Italia.

Il nome del monastero, è dedicato al Maestro di Svami, il quale si prodigò per la diffusione dello yoga e della cultura indù, insegnando a studenti provenienti da ogni parte del mondo. Un luogo incantevole, che avvolge con la sua energia i visitatori di tutte le religioni e di ogni razza purché rispettosi delle usanze indiane.

Gestito da volontari, vivono esclusivamente delle offerte dei fedeli, ai quali sono proposti corsi di yoga, d’indologia, di danze tradizionali, di sanscrito vari livelli e di canti bhajan che purificano la mente e di ayurveda, la millenaria medicina ormai nota anche in Europa.

La giornata all’ashram è intensa, ma segue ritmi dolci ed equilibrati: momenti collettivi e dedicati a se stessi, all’interiorizzazione, alla riflessione. Si conduce una vita semplice, in armonia con la natura. L’alimentazione è vegetariana. È vietato fumare e bere alcolici.

Ma le festività, le ricorrenze religiose sono le vere occasioni in cui l’ashram si mostra nella sua integrale bellezza e a cui accorrono devoti e non, da tutte le regioni italiane e dall’estero, soprattutto dalle vicine Francia e Svizzera.

Come la festa in onore del dio Ganesha, il bimbo con la testa d’elefante, figlio di Shiva e Parvati che si svolge ogni anno tra agosto e settembre.

Fin dalle prime ore del mattino s’odono mantra provenire dal bosco, man mano che ci s’avvicina si è avvolti da vampate d’incenso, miste a fiori, ma soprattutto, s’avvertono pace e tranquillità che fanno sprofondare in una sensazione di quiete che accompagna anche nei giorni seguenti.

Lunghe file di donne indossano il loro sari più bello e camminano per l’unico sentiero che porta in regione Pellegrino, mentre gli uomini con la dhoti (tipico abito maschile), si caricano sulla testa pesanti sacchi di riso, ceste di frutta in offerta alla loro divinità protettrice.

A metà mattina inizia la puja, una celebrazione religiosa molto lunga, ma particolare cui il pubblico vi assiste stando seduto sulle stuoie disposte a terra sotto un tendone. Consiste nel gettare nel fuoco canfora e resine odorose, acqua profumata, si spaccano noci di cocco, per liberarsi dal proprio “io” e, naturalmente s’accendono incensi a profusione.

La cerimonia termina con 108 rintocchi di campana. Segue il pranzo, affollatissimo, a base di riso, lenticchie o ceci, verdura mista, dolci di tapioca.

Poi c’è la distribuzione del “prasad”, cibo benedetto, che si può consumare in loco o, come fanno i più lo si porta a casa, insieme alla cenere sacra e alla curcuma rossa, per segnarsi la fronte durante l’anno e ricordarsi di essere stati in un posto unico, distante dalla propria India, ma così fedele nella riproduzione da non farne sentire la diversità o la lontananza.

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