Il minatore fissa l’orizzonte, libero dai vapori asfissianti. Poi si abbassa, raccoglie la cesta di vimini carica di zolfo e se la porta sulle spalle leggere. Il peso gli incurva le gambe che camminano lente sui pendii informi del cratere vulcanico di Kawah Ijen, sull’isola di Giava.
Vive così da sempre, sino a quando un enfisema non gli toglierà l’ultimo respiro e raggiungerà i suoi parenti. Tutti come lui: schiavi moderni del profitto per poche rupie al giorno a trasportare veleno.
Nonostante un lavoro massacrante, su è giù per il vulcano ancora attivo, faticano a guadagnarne 50 mila al giorno. Circa dai tre ai quattro euro al dì. Eppure non hanno scelta: respirano sostanze tossiche per sopravvivere tra un colpo di tosse e l’altro.
Il lago vulcanico nel cratere trattiene nel suo chilometro di lunghezza e nei suoi duecento metri di profondità, un’acidità elevatissima che causa la morte in giovane età a questi uomini.
L’aspettativa media non supera i trent’anni. Altri minatori muoiono per incidenti “naturali”: dato che i sistemi di protezione e di tutela del personale sono praticamente inesistenti.
Dai camini secondari del vulcano, la cui ultima eruzione è avvenuta nel 1999, nasce zolfo fuso di una qualità purissima. Il suo colore rosso intenso sfuma nel giallo dopo la solidificazione.
Con mascherine di fortuna, fatte di stracci rotti, i minatori spezzano in grosse pagnotte il “regalo” di Giava, l’isola più popolosa al mondo dell’arcipelago indonesiano cui appartengono anche il Borneo, Sumatra, Bali, Madura e la piccola Christmas Isle.
Questa terra, attraversata da una catena montuosa vulcanica, ha sulla sua superficie di 132 mila chilometri quadrati 121 vulcani. 25 ancora in attività. Come il Kawah Ijen: dove ogni giorno vengono estratte dalle nove alle 12 tonnellate di zolfo.
La processione di uomini curvi, carichi di ceste di bambù, scende dai pendii per portare alle raffinerie il “tesoro giallo”. Una volta arrivato nelle fabbriche, verrà lavorato e trasformato in fertilizzanti e detergenti.
Per quel tempo, molti dei minatori non ci saranno più.




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Realtà agghiacciante, che l’autore rende con colori molto accesi. Ringrazio per averne parlato e per aver ricordato che di lavoro si muore da sempre e in ogni dove.
Conosco bene il vulcano e la sua gente per esserci stato. Gente che si sacrifica per dar da mangiare alla propria famiglia.Come si possa definirli “schiavi del profitto” , come fossero dei brooker cocainomani di Wall Street, Dio solo lo sa.
Gentile Pierluca,
grazie per il tuo commento.
Forse deve esserti sfuggito il senso del passaggio che citi e dell’articolo intero. Perché dice l’esatto opposto di quel che hai colto tu.