Difficile parlarne. Una mente europea può, nei migliori dei casi, porre una dietro l’altra parole più o meno sensate, ma non arriverà mai a comprendere a pieno una pratica che culturalmente non gli appartiene.
Perché il Cha no yu, l’antica Cerimonia del Tè, risiede come tutte le altre tradizioni nel respiro della sua terra, nel sangue che scorre nelle vene, nell’aria che un uomo respira non appena viene al mondo.
Nonostante tutto, ci proveremo. Perché il fascino cattura anche chi solo pigia i tasti di un computer. Ritualità e spiritualità.
Una pratica, quella della preparazione del tè, che getta le sue radici nella meditazione dei monaci zen. Infatti la bevanda è realizzata immergendo i germogli della pianta direttamente nell’acqua, quindi non per infusione, donando al tutto una forte carica eccitante.
Berlo per aiutare la lunga meditazione nell’ora della veglia. Piccoli gesti, passi cerimoniali che raccolgono la bellezza di un mondo e di una storia che sembra infinita.
“Il cuore della Cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l’acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate proporre il freddo; in inverno il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia; e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione”.
Parola di Sen no Rikyū, monaco del 1500 che riformò quest’antica pratica probabilmente proveniente dalla non lontana Cina. Una pratica che si lega anche alla mitologia.
Si racconta, infatti, che la pianta del tè nacque dal gesto del maestro buddhista indiano Bodhidharma che, in un atto d’ira contro l’incapacità di stare sveglio, si strappò le palpebre gettandole a terra, dando vita così a questa preziosa pianta.
Spiritualità e tradizione, elementi inscindibili. il Cha no yu, infatti, viene presentato con il termine giapponese “celebrare” (tateru) e non con il semplice verbo “eseguire” (suru) e ha in sé tutta la forza dell’estetica zen.
“Cha zen ichimi”, tè e zen un unico sapore, antico adagio.
La stanza dove questo rito trova espressione è poi carica di significato: piccola, dotata di un ingresso molto basso che obbliga chi vi entra a prostrarsi in segno di rispetto, con posti a sedere rigorosamente distribuiti dall’ospite più importante a quello meno importante.
Il gesto di consumare il tè è anch’esso altamente codificato. La bevanda è servita dal teishu e segue dei gesti ben precisi: prima si esclama okashi o dōso (servitevi del dolce, prego), poi l’ospite principale inizia a bere chiedendo il permesso al vicino con la frase o sakini e così via fino all’ultimo invitato.
L’ospite più importante, finito il giro dei commensali, chiederà di poter vedere gli utensili utilizzati (o natsume o chashaku no haiken o). Con questo atto s’inizia a discutere sulle finiture della tazza e di chi l’ha creata per poi finire con la richiesta di declamare dei versi che possono essere poetici o semplici riferimenti alla stagione corrente.
Alla fine di tutto il teishu, insieme a tutti gli invitati, si piega in un profondo inchino per concludere il rito e dare a coloro con cui si trova ogni considerazione.
Secoli fa come oggi. L’anima del Giappone e il suo tè.





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Complimenti per l’esauriente articolo, signor Bazzini!
Lo Cha no yu è una delle più antiche tradizioni giapponese, forse, addirittura la più importante!
Per chi desidera approfondirne un pò di più, mi permetto di segnalare il libro di Kakuzo Okakura “Lo zen e la cerimonia del tè” edito da varie case editrici.
Leggerlo mi è stato molto utile la prima volta che ho sentito parlare della affascinante cerimonia del tè giapponese.
La ringrazio per aver trovato il tempo di lasciare un commento e per aver segnalato il libro in questione.
La conoscenza è condivisione.
Sempre.
Grazie ancora.