Rimango colpito dalle kogyaru, sono quasi inebetito nell’osservarle perché passano intere giornate a guardare le vetrine, cariche di borse colorate frutto dei nuovi acquisti, impegnate a truccarsi in continuazione, a camminare con le amiche e a fare crocchio agli incroci di Shibuya.
Fanno shopping nei principali centri commerciali come il Loft e lo Shibuya 109, la culla del movimento kogal, ma non disdegnano nemmeno Takeshita-dori nel quartiere di Harajuku, dove si possono trovare piccoli negozi che vendono abbigliamento a prezzi accessibili. Le commesse di questi negozi sono viste come aidoru (modelli di riferimento). Vestite con i capi in esposizione sono dei modelli viventi di kogals a cui le acquirenti guardano con ammirazione.
Camminano ondeggiando pericolosamente sugli alti tacchi, telefonano e messaggiano in continuazione, e ti chiedi come facciano a mantenere l’equilibrio senza cadere a terra. Si incontra anche qualche gyaruo, la versione al maschile delle ragazze di Shibuya che si veste in modo volutamente trasandato e ha acconciature dai capelli lunghi e dritti, come se avesse appena preso una scossa elettrica.
Queste ragazze hanno un loro slang chiamato kogyaru-go (lingua kogal), fatto di precisi codici, termini e modi di dire. Le kogals usano continuamente parole inglesi, spesso fuse a termini giapponesi anche sinonimi, per rafforzare il significato di quel che intendono esprimere. Ne è esempio il bizzarro termine kawaiicute, dove si fondono il giapponese kawaii all’inglese cute, entrambi vocaboli che significano carino o grazioso.
Ci sono linee di vestiti dedicate espressamente alle kogyaru. Amano le uniformi da liceali, minigonne e vestiti così corti da ricordare la biancheria intima. Impazziscono per le borse Louis Vuitton, per i grandi occhiali da sole neri e i cappelli di lana con il pon pon. Indossano scarpe impossibili: si vedono tacchi a spillo vertiginosi, zeppe coloratissime, stivali da dominatrice, stivali in camoscio con l’interno in pelo come quelli in uso tra le popolazioni lapponi, e sopra le scarpe ghette identiche a quelle indossate da zio Paperone della Walt Disney.
Il trucco è chiaro per creare un forte contrasto col colore della pelle, ma le kogals ricorrono anche a scelte cromatiche forti per attirare l’attenzione. Occidentalizzano il corpo con l’abbronzatura, utilizzando fondotinta scuri e si tingono i capelli con colori appariscenti che vanno dal castano chiaro al biondo.
Molte si sottopongono a ripetute lampade abbronzanti. A causa di queste trasformazioni, sembra che le kogals abbiano tratti europei e non asiatici e che siano in totale contrasto con l’ideale classico di donna giapponese dalla pelle chiara che non vuole saperne di abbronzarsi.
Mentre osservo i giovani salaryman e le giovani impiegate fasciate in tailleur d’ordinanza che si addormentano appena toccano i sedili del vagone della metropolitana, penso che la giovinezza sia un’età dove tutto è permesso, ma prima o poi bisogna crescere e che forse, seduto davanti a me c’è qualcuno che un giorno magari non troppo lontano, era un gyaruo o una ragazza kogyaru.





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