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Ghana, la donna non si arrende mai - foto : Ghana, donne © Valentina Bartolucci
Ghana, donne © Valentina Bartolucci

Ghana, la donna non si arrende mai

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Sull’Africa di un miliardo di persone, di duemila etnie e altrettanti linguaggi, c’è ancora molta ignoranza e ancor più luoghi comuni. Come cercare dunque di raccontarla? Dice lo scrittore svedese Henmng Mankell: “Oggi, attraverso le immagini diffuse dai mezzi d’informazione sappiamo come muoiono gli africani ma ignoriamo il modo in cui vivono”.

La giovanissima Valentina Bartolucci (24 anni) di Viareggio, prima studentessa a laurearsi presso la nuova facoltà di Scienze della Pace a Pisa, dopo gli ultimi anni passati fra India (Bangalore e Calcutta), Marocco (presso l’Unità Tecnica Locale, Cooperazione Italiana dell’Ambasciata d’Italia in Marocco, Ministero degli Affari Esteri), in Burkina Faso, ha recentemente concluso un lavoro in Ghana, con le Nazioni Unite.

“In Ghana ho seguito in particolare il progetto triennale (2006-‘09) dell’ONU sul potenziamento del ruolo della donna nelle sfere decisionali; copre dieci distretti locali a livello nazionale e si focalizza sulle zone in cui la partecipazione femminile nei processi decisionali è nulla o quasi” spiega Valentina “Tramite studi condotti, risultava evidente che la donna non partecipasse né a livello familiare né a livello politico-nazionale. In una nazione considerata il paese modello dell’Africa sub-sahariana sul tema dell’avanzamento democratico-economico, diritti umani, libertà di pensiero, di parola, questa situazione non è tollerabile”.

“È spesso un problema di cultura, di tradizione” continuava Valentina nella sua testimonianza di attrice protagonista del processo di sensibilizzazione “A prescindere dalla religione (presente in Ghana sia quella cattolica nel centro-sud del paese, e musulmana a nord), sul tema dell’infibulazione, per esempio, donne e uomini si trovavano abbastanza d’accordo sull’abolizione. Lo scoglio più difficile sono gli anziani del villaggi che detengono il potere a livello familiare e di clan”.

Lo scorso settembre si sono tenute in Ghana le elezioni municipali in occasione delle quali molte donne sono state spronate a partecipare e a candidarsi. Nonostante alcune di loro abbiano subito minacce o violenze fisiche, qualcuna ha vinto ed è dunque entrata a far parte del Consiglio Provinciale, cosa che, in vista delle elezioni presidenziali del 2008, potrebbe essere di buon auspicio per la partecipazione femminile; la possibilità infatti, a livello di legge, che ci sia una candidata donna esiste (in Liberia è stata eletta presidente Ellen Johnson Sirleaf).

Signorina Bartolucci, di tutte le donne con cui ha avuto contatti, che aspetto l’ha colpita di più? Senza dubbio la forza. Ho parlato con una giovane donna (sulla trentina) con figli, che aveva deciso di candidarsi e ha partecipato alle elezioni.

Dopo aver denunciato alla polizia che la spoliatura delle schede era avvenuta in maniera scorretta (in pratica neanche le leggevano, tutti i voti andavano direttamente al candidato maschio), in quella stessa notte le sono entrati in casa degli uomini che oltre a minacciarla, hanno strappato i denti al figlio per far sì che non andasse avanti con le denunce. L’indomani ci assicurò di voler continuare. Questo é un segno di incredibile coraggio che spinge anche altre donne a unirsi a lei.

Quale realtà ha riscontrato nella sfera femminile della società africana che ha visionato? La donna è sicuramente la figura più svantaggiata di tutta la società africana, ma non certo per motivi religiosi. A livello tradizionale la donna non ha decisione in pubblico, questo però non significa che non ce l’abbia nel privato. Quello che non è accettato a livello culturale, è che un uomo che ha il potere decisionale fuori, porti con sé la moglie e questa lo contraddica in pubblico.

Oltre a ciò, le donne sono ancora vittime dei matrimoni forzati. Spesso scappano trovando rifugio presso ONG straniere e la Chiesa Cattolica chedanno loro un alloggio nei propri centri e le inseriscono in attività professionali. Se decidessero di tornare nel proprio villaggio sarebbero uccise o, come succede in Burkina Faso, le taglierebbero le gambe col machete. In Ghana normalmente non vengono riammesse nella comunità: se partono, non possono più rivedere la famiglia.

Spesso l’Occidente moralista (…) critica, e non poco, la poligamia che è ancora praticata in Africa, così come in altre realtà. Cosa ci può dire al riguardo? Da sempre la poligamia è considerata contro la donna, io non sono assolutamente d’accordo con questa visione perché da quello che ho visto, se si vieta la poligamia (com’è stato fatto in Marocco), sarà ancora peggio per le donne. Mi spiego, stiamo parlando di una società dove l’uomo, per cultura, non fa i lavori di casa né segue i figli. In un villaggio il primo pozzo può essere a varie decine di km di distanza; per farlo la donna c’impiega almeno mezza giornata, oltre a ciò deve anche prendere la legna, seguire i figli, schiacciare il miglio per farne polenta, etc.

In un nucleo poligamico, il lavoro sarebbe diviso. Se la moglie muore, anche per gravidanza (la morte per parto ha una media molto elevata in Ghana), i figli si troverebbero abbandonati, in una famiglia poligamica il problema non esiste poiché anche l’altra donna viene considerata come madre. Allo stato attuale, la poligamia è una soluzione alla povertà, e non dimentichiamoci che ci sono molte più donne che uomini nei villaggi per cui tante si troverebbero senza marito, senza sapere cosa fare.

Cambiare la cultura è un processo secolare, in Africa una donna non sposata non può fare nulla, non ha futuro. La poligamia è sbagliata per noi, ma non stiamo parlando di donne occidentali con il frigorifero, l’acqua corrente e la macchina, ma di persone con categorie concettuali, valori, e modi di vita totalmente diversi.

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"Oltre la paura" di Lorenzo Calamai - Edizioni della Meridiana, 2005

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