Deserto e mare, due poli geografici così estremi da potersi toccare. Sfido chiunque a non essersi mai soffermato a osservare le dune modellate dal vento senza pensare immediatamente alle ben più mobili onde degli oceani.
Gocce e granelli di sabbia, un’immensità si dispiega davanti ai nostri occhi. Come però nei mari esistono elementi che spezzano l’ipnotica uniformità del paesaggio, anche le distese desertiche posseggono spicchi di “altro” nella profondità del loro cuore.
Ghadames rientra a pienissimo titolo in questo gruppo. Città-oasi libica, ubicata nei pressi del confine tra Algeria e Tunisia, a cinquecento chilometri dalla nota Tripoli. Settemila abitanti in balia delle onde del deserto.
L’UNESCO, ovviamente, non ha potuto che inchinarsi a cotanta bellezza nominandola patrimonio mondiale dell’umanità.
Qui si incontrano facce berbere e tale è anche la lingua parlata: un dialetto difficile da inquadrare e riposto nel sapere di soli due studi, nel 1904 quello di Motylinski e poi nel 1968 quello di J. Lanfry.
Una lingua che non si fa intrappolare. Sfuggente quanto i granelli di sabbia che s’insinuano ovunque nelle pieghe dei vestiti per poi scappare non appena ci si scuote.
Radici di una tradizione orale che affonda le proprie terminazioni in un passato quasi dimenticato: stralci simili al dialetto Tuareg e l’utilizzo unico di un suono ricavato dall’impiego di una fricativa bilabiale sonora (lettera β). E la storia ha il retrogusto anche della Cultura Latina.
Rimane intatto, infatti, un interessantissimo sistema di notazione dei numeri, utilizzato per calcolare il tempo di sfruttamento della sorgente da parte dei vari gruppi che compongono la città.
Se però lo scudo dell’UNESCO è garanzia per la salvaguardia del patrimonio architettonico di questo gioiello del deserto, nessuno sembra voler investire sul mantenimento del ricco bagaglio culturale proveniente dalla lingua berbera.
Nelle scuole, ovviamente, s’insegnata solo l’arabo. L’oblio di quell’idioma del deserto è solo questione di tempo se qualcuno non interverrà con un progetto di tutela. Ma forse l’abbandono è anche una benedizione per questi luoghi.
Il turismo di massa qui non è arrivato, anche respinto dalla limitatezza delle possibilità d’alloggio. Le strade, ricavate tra le case, non accolgono il rumore delle macchine e i piedi sono l’unico mezzo di locomozione nel silenzio di questo labirintico scrigno.
Ci si perde nel visitare la locale scuola coranica o nello scoprire la ricchezza della tradizione che avvolge le case di due o tre piani. Ma l’acqua, ovviamente, è il perno qui.
Ventinove gradi, ricca di sali minerali, zampilla da una profondità di oltre cento metri. Qui sostava storicamente il Ghaddas, cioè colui che era l’addetto alla distribuzione di quel bene così prezioso.
Acqua e sabbia, estremi che si toccano. Il deserto che si fa poesia.





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