La città attorno. Ferma. Immobile. Una cupola di cielo grigio sopra la testa. Aria rarefatta e polmoni dolenti. Sconosciuti che conosco fin troppo bene. La vita scorre lenta dentro ognuno di noi. Sabbia mobile sotto i piedi. Mi ritrovo in un rimanere inerte. Cieca. Ammutolita.
Ecco la soluzione fino ad ora. Mi ribello a questa condanna di immobilità e torpore dei sensi e della ragione. Dublino tanto amata, che sei la mia terra e la mia patria. Dublino tanto odiata, che me ne devo fuggire da te per sperare di vivere.
Gente di Dublino. Come me. Fuggire. Da Dublino. Asfissiata me ne fuggo da Dublino. Porto via l’amore prima che si ammorbi e soffochi piano piano, nell’indifferenza. E poi, da lontano, urlo per iscritto. Urlo per smascherare a tutti questa paralisi che ci rattrappisce l’esistenza. Urlo per cercare di sottrarmi e sottrarci al giogo della quotidianità
Gente di Dublino che continua a marcire sotto il peso ingombrante di secoli di religiosità e potere. È passato un secolo da quando James Joyce, il più cosmopolita e allo stesso tempo il più locale scrittore irlandese, incapace di trovare dentro di sé la forza per superare le sue fobie, cercò di allontanarle rinnegando le sue origini, frapponendovi mari e terre. Chilometri e pezzi di Europa.
Oggi a Dublino il cielo è spesso ancora grigio. Ma sotto il coperchio, la città ribolle lentamente. Incessantemente. Un brulichio discreto ma potente. Di gente che vive consapevole di vivere. Ti guardi intorno per la strada e il fiume che ti circonda e ti trascina è vivace e dannatamente umano.
Gli irlandesi non rinnegano il loro passato, anzi, lo tengono stretto, per non farselo scivolare tra le dita. Perchè un popolo senza passato e tradizioni è un popolo allo sbando. I giovani partono. Soddisfano la sete di conoscenza attingendo alla fonte variopinta del mondo, ma poi tornano.
Tornano sempre nella loro isola. E accolgono gli esuli che vengono a cercare fortuna. Miscugli di popoli. Quartieri etnici. Cibi da ogni dove. Una piccola Babele di razze e lingue e storie. Un crogiolo in cui ritagliarsi il proprio spazio, il proprio angolo di mondo. Non importa la provenienza, la religione, la razza, l’orientamento politico, la professione. Importa solo l’essere qui. Ora. immersi in questa città che tutti ci accoglie.
Per uno strano caso voluto dal destino, la mia vita approda proprio qua. Scendo per strada. Respiro a pieni polmoni quest’aria magica di isola. I gabbiani volteggiano sulle acque del Liffey risalendolo dalla foce. La Gente di Dublino intorno a me. Mi trascina nella vita. Sono anche un io un po’ Gente di Dublino adesso. Senza paralisi e senza fuga. Solo vita.





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Un articolo che si respira, si sente sulla pelle. Sembra di scendere in strada con te a Dublino. Sono venuta ormai parecchi anni fa, ma il tuo racconto ha fatto raffiorare i miei ricordi. Non so da dove tu venga, non ti conosco, ma avverto la tua sensibilità. Scrivi ancora!
Un bellissimo articolo.
Una città che non ho mai avuto il piacere di visitare, spero di averne presto occasione.
Anch’io non ti conosco, ma mi sento di dirti grazie.
non solo le tue foto riescono ad essere quelle che devono essere, la realtà catturata che si manifesta, ma anche le tue parole sono una vera e propria istantanea per gli occhi di chi legge..grazie..