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Gellhorn-Hemingway, storia d’amore e di guerre

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Dicono che possa tutto. Smuove montagne e uccide la noia. Scrittori, poeti, cronisti, tutti vi si sono attorcigliati attorno in modo talmente febbrile che chi legge quei romanzi, quelle poesie, quelle cronache crede di trovarsi di fronte ad una qualche verità insondabile. Che, puntualmente, non si svela mai del tutto. Le storie più appassionanti, ma non sempre, si badi, le meno drammatiche, sono proprio quelle d’Amore.

E ancora più incanto, ancora più seduzione, molta più magia, scaturisce da quel profondissimo sentimento, se i protagonisti si chiamano, guarda un po’, Ernest Hemingway e Martha Gellhorn.

Si conoscono a Key West, Stati Uniti. Allo Sloppy Joe’s bar, in cui lui, tra molti bicchieri e ben pochi sorrisi, scrive senza pensare, senza cercare di mettere insieme contenuto e forma, credendo di stendere parole per nulla forbite. Non sa, ancora, che molte di quelle, saranno le parole del secolo. Ma lei, invece sì, lei già lo sa.

Si crea, tra i due, quella complicità segreta che solo una perfetta sensibilità può intravedere. La sensibilità unica e impercettibile degli amanti. O delle donne.

E anche Pauline Pfeiffer, guarda caso, è una donna. Per di più pare sia la moglie di quel romantico alcolizzato. Tra le due non vi può che essere profondo e inquieto disprezzo. L’una in costante atteggiamento di sfida, l’altra in perpetuo tentativo di tenersi il marito.

Poi, Ernest e Martha, si troveranno tempo dopo in Spagna. L’occasione è quella della guerra civile. Già, la guerra…

Così simile, per molti versi, al sentimento d’Amore. Feroce, caparbio, tenace, doloroso, sublime nella sua perfetta idiozia. Amore e guerra. Per molti sono sinonimi. O contrari. Comunque non troppo distanti, ma nemmeno assolutamente vicini.

La Gellhorn, confiderà anni dopo, andò in Spagna soprattutto perché voleva rivederlo. E lo rivedrà. A Madrid. In assoluto segreto e in perfetto silenzio passeranno lunghe ore d’Amore, forse non di sesso, rintanati in un albergo della capitale.

Sì, perché la forte morale dei tempi avrebbe creato scandali simili a fuochi artificiali. E loro volevano solo credere di essere unici, nel loro essere, insieme, letterati e profondamente innamorati.

Si sposeranno. E rimarranno legati durante i cinque anni della seconda guerra mondiale. Quei cinque anni saranno i più terribili, i più logori, i più emozionanti, dove nella parola “emozione” navigano sentimenti di bene e di male, di profondo dolore e di altissima gioia.

Anni straordinari, indimenticabili. Per l’umanità, ma per i due amanti pure. I quali, ancora una volta, legheranno la loro unione al più brutto dei gesti che l’umanità possa compiere: la guerra appunto.

L’una, la Gellhorn, voleva gettar parole di modo che facessero romanzi. Non più semplici cronachette da giornalistella, ma romanzoni . L’Amore non eran più baci e parole di filosofia. Diventò, con gli anni, competizione. E, sul terreno romanzesco, con Hemingway, con lui proprio no, non si può competere. L’altro voleva scrivere. Scrivere e basta.

Delicatamente signorile quando si trattava di parlare di amori passati, dirà cose turpi della Gellhorn. E lei, tanto aristocratica nei modi e nel trattar la penna, era capace di non rivolgerti più la parola non appena lo nominavi.

Così simili e così diversi, entrambi porranno fine alla loro esistenza suicidandosi. Hemingway con una feroce pistolettata alla tempia. Lei, si ammazzerà in perenne, tenace e orgogliosissima solitudine.

Non voleva veder nessuno, e colta da vari mali, non ultimi la depressione e l’impietosa vecchiaia, ingerirà pillole di veleno all’età di ottantanove anni.

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LIBRI

Come sopravvivere ai newyorkesi

"Come sopravvivere ai newyorkesi" di Tiziana Nenezic - Cooper, 2011

Voglio l’America

"Voglio l’America" di Enrico Franceschini - Feltrinelli, 2009



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