“Sono scappato da qui”.
Il dito di Hans trema sulla fotografia sbiadita. In quell’immagine c’è la sua storia, quella di Berlino, quella del mondo. Spaccato a metà dal Muro. Seduto sul divano rosso della casa italiana, guarda la portafinestra senza tende: respira nel colore degli alberi di fronte, carichi di autunno. E inizia a raccontare.
“Sono stati i metri più lunghi della mia vita: camminavo carponi, non c’era spazio, né aria. Il soffitto puntellato era basso e ogni tanto cadevano dei blocchi di terra che mi entravano in bocca. Il corpo era freddo e indolenzito. Ogni movimento era una sofferenza. Avevo il cuore in gola. Ero l’ultimo di otto e continuavo a guardarmi indietro per la paura di essere preso. Una sensazione che non mi ha più abbandonato”.
Il respiro si fa corto, la mano lascia andare la foto sulle ginocchia, le lacrime escono dagli occhi chiusi e solcano il viso rugoso. Resto lì, vicino a lui, a provare quel dolore che sente dentro da sempre. Poi, riprende: “Avevo saputo del tunnel da Peter, il mio vicino. E’ stato lui a convincermi: ‘scappiamo’. Io non avevo più nessuno, niente che mi tenesse legato a quella zona della città. E allora ho preso lo zaino e me ne sono andato”.
La storia di Hans, nome di comodo per tutelarne l’identità come mi ha chiesto, inizia nella Berlino nazista. Nasce lì, nella capitale tedesca, il 20 maggio del 1941, da una famiglia ebrea. Suo padre è un funzionario del tribunale, uno di quegli “ingranaggi” efficienti cui il partito non può rinunciare. Nonostante la sua fede, di cui pochi sanno. Il cappotto vecchio non ha la croce gialla di David cucita sul petto. Muore nel 1944, per strada, sotto i bombardamenti americani, lasciando soli il figlio e la moglie. Alla fine della guerra, anche la madre di Hans si spegne, di stenti. E lui si trasferisce nella zona est di Berlino dall’ultima parente: la zia materna.
“Ho sempre pensato che anche i russi, come gli Alleati, fossero dei liberatori. Invece mi ero sbagliato. Solo più tardi ho saputo delle atrocità commesse dai soldati dell’Armata Rossa quando entrarono a Berlino: civili uccisi, donne stuprate, bambini col cranio schiacciato dal calcio dei fucili. Me lo raccontò mia zia mentre stava morendo. Quelle parole, e tutto ciò che avevo intorno qualche giorno dopo il funerale, mi convinsero a scappare”.
Era il 1961. Si alzava il Muro. “Sino al 1952 potevamo circolare liberamente di qui e di là. Poi, con la guerra fredda, ci hanno chiusi dentro. Come animali. Prima stavo spesso nella Berlino occidentale: vendevo un po’ di tutto, soprattutto agli americani. Erano gentili con me, un sergente in particolare: oltre a i soldi mi dava sempre la cioccolata. La sera passavo il confine con qualcosa da mangiare. Negli ultimi anni, la zia si era ammalata e la signora Krunz, la nostra vicina, ci aiutava come poteva cucinando per noi un piatto di minestra”.
Riprende in mano la vecchia foto. “Siamo entrati qui, come ti ho detto prima, e siamo sbucati da questa parte. Ma non si vede, la foto è tagliata. Era notte e appena usciti ho sentito le sirene dell’allarme ululare, le grida dei poliziotti entrarmi nelle orecchie e attraversarmi il corpo in un fremito. Dopo, le scariche di mitra. Quando una mano mi ha afferrato per il braccio, ho creduto di morire. Invece era Peter che mi spingeva dietro l’edificio da cui eravamo usciti”.
Hans mi dice che durante quel periodo, tanti tentarono la fuga, pochi ci riuscirono. “Se non avevi molto denaro per corrompere qualche guardia, l’unico modo sicuro per scappare erano i tunnel. Più tardi ho incontrato alcuni ragazzi come me, fuggiti sotto terra”. Poi, anche la via sotterranea si esaurì. Tutte le abitazioni vicino al Muro vennero presidiate da guardie armate con l’ordine di sparare a vista. E uccidere la speranza.
“Una volta dall’altra parte sono subito andato a cercare il sergente della cioccolata: speravo di andare in America con lui, un giorno. Ma non c’era. Conoscevo solo qualche parola di inglese e penso di aver capito che l’avevano trasferito. Non lo vidi più”. Lo sguardo è sempre fisso agli alberi di fronte, anche se la sera, cadendo, nasconde i colori dell’autunno. E il dolore di Hans.
“Sono rimasto a Berlino Ovest qualche mese. Dormivo in uno scantinato con Peter per riparami dal freddo. Di giorno facevamo un po’ di tutto: raccoglievamo ferri vecchi, stracci che poi rivendevamo per pochi spiccioli. Mi ricordo che sono stato anche muratore. Sai, bisognava tirare su una città. O, almeno, la sua metà”.
Poi nel 1962 la decisione. “Non so perché, ma non mi sentivo sicuro. Avevo sempre la sensazione che qualcuno mi afferrasse per riportarmi di là. Ne parlai con Peter e lui mi disse che non ci dovevo più pensare. Eravamo salvi. Li avevamo fregati e nessuno, da questa parte, avrebbe potuto toccarci”. “Gli ero molto grato per tutto quello che aveva fatto per me. Se ero vivo, lo dovevo a lui: aveva litigato con gli altri per portarmi nel tunnel, mi aveva salvato dal fuoco dei mitra spingendomi dietro un muro, divideva con me i suoi guadagni. Ma io volevo scappare”.
“Andammo insieme al cimitero dove era sepolta la mia famiglia. Era stato ricostruito, ma le tombe di mio padre e di mia madre non c’erano. Salutai Peter in un abbraccio. E non lo rividi più: né lui, né Berlino. Anche dopo la caduta del Muro non sono tornato in Germania. E’ da anni che sto nel tuo Paese, mi trovo bene e con i soldi della pensione ce la faccio da solo”.
Solo. Hans non si è mai sposato, non ha figli. Sognava l’America. Ha camminato per tutta Europa. Si è fermato nel Nord Italia, dove ha lavorato come operaio. Ma nei suoi ricordi, il viaggio più lungo resta quel tunnel. Lo attraversa ogni notte. Prima di andarmene, guardiamo insieme per l’ultima volta la fotografia sbiadita.
“Sì, sono scappato da qui”.






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