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Fotografia: storia di una rivoluzione

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La fotografia ha un padre incerto. Quando Daguerre, da molti ritenuto il primo ad essere riuscito nell’alchimia di catturare la luce, muove i primi passi, Claude Niepce si appresta a concludere le sue ricerche. Quest’ultimo otterrà, in una data incerta che approssimativamente risale al 1825, la prima immagine dal vero.

Solo che decide di chiamarla eliografia. E non fotografia. Il tempo di esposizione della lastra cosparsa di uno strano elemento chiamato bitume di Giudea, fu di otto ore. Come se, oggi, una volta pigiato il pulsante della nostra macchina fotografica dovessimo rimanere perfettamente immobili tutto quel tempo. Un interminabile click di otto ore.

Anche Hippolyte Bayard, qualche anno più tardi e indipendentemente da Daguerre e da Niepce, riesce nell’impresa. Utilizza una tecnica differente da entrambi, ma il risultato è lo stesso. Poi Herschel e Talbot, ciascuno con originalissimi procedimenti, riuscirono a catturare lo sfuggente divenire.

Fecero ciò che, durante la superstiziosa epoca medievale, sarebbe apparso come il frutto di pura ed evidente stregoneria. Bloccare le espressioni dei volti e i paesaggi nel loro fluire.

Risulta interessante e pregno di fascino il fatto che, almeno inizialmente, Herschel, Talbot, Daguerre, Niepce e Bayard non si conoscessero tra loro. Ma tutti lavorarono al medesimo procedimento, sentendo come impellente lo stesso progetto nello stesso momento storico.

L’inconscio delle menti più aperte lavora sempre fervido. Loro, indipendentemente l’uno dall’altro, intuiscono che i tempi son maturi per la svolta epocale.

Comunque sia, la prima fotografia sarà poi attribuita a Charles Daguerre, il quale, anni dopo rispetto a Niepce farà il primo “scatto”. E’ il 1837, e Daguerre diventerà ricco e famoso, illuminato dalla storia come lui illuminava le lastre all’interno della camera oscura. Mentre gli altri rimarranno ingiustamente nell’ombra dell’anonimato.
Quando Bayard sa che il mondo crede che Daguerre sia stato il primo, fa una fotografia a sé stesso. La posa è tragica, tipicamente ottocentesca. Seminudo e con lo sguardo affranto, pare morto di dolore. Titolerà quello scatto “autoritratto in figura di annegato”. Come a dire “son tanto triste”.

La fotografia avrà poi nei decenni successivi un successo enorme. Tutti volevano farsi dagherrotipie. Perché così venivano chiamate le prime fotografie in onore di chi aveva avuto il merito di farsi conoscere per primo.

Pensiamo agli animi del tempo. Pensiamo a quale coinvolgimento emotivo dovesse provocare il sapere che per essere ricordati non c’era più bisogno di pennello, tela e artista. E, anche se quest’ultimo era il migliore in circolazione, la pittura non poteva mai rendere la vera espressione, l’assoluto che si cela in uno sguardo, la potenza di un paesaggio. La fotografia era la rappresentazione, oggettiva e inconfutabile, del vero.

I pittori , poi, non si perderanno d’animo. Si potrebbe essere tentati di credere che loro avessero smarrito la via, sbarazzati dalla tecnologia che faceva le cose prima e meglio.

Alcuni geniali artisti e pensatori straordinari capirono che il punto di vista, per sopravvivere alla fotografia, andava modificato.

Non più rappresentazioni dal vero, non più ritratti, non più paesaggi verosimili. Il vero, ciò che veniva chiamato realtà, era ormai appannaggio della fotografia. Non si poteva competere.

Quindi? Quindi andare oltre. Oltre il vero, oltre la figura, oltre la materia. Ed è qui che la fotografia esce sconfitta. Indagare ciò che sta dietro il conosciuto, dietro a ciò che crediamo di vedere.

Nascono nuovi modelli interpretativi, nasce il surrealismo, il cubismo, l’astrattismo e, prima ancora, l’impressionismo. Che significa dipingere secondo l’impressione estemporanea del momento. Ciò che la fotografia non può vedere e non può capire.

L’Ottocento della fotografia si dispiega a suon di ritratti. Pochi paesaggi, perché il mercato era composto da persone che volevano avere un eterno ricordo di ciò che erano. E, paradossalmente, se andiamo a rivedere alcune fotografie del tempo, possiamo notare come la maggior parte di esse siano la rappresentazione artefatta di situazioni.

Il voler esser ricordati per ciò che realmente si era cozza pesantemente con le pose costruite, in ambienti studiati, frutto di fotografie che prendevano a modello regine, papi e imperatori.

Le dagherrotipie sono quasi tutte un ridicolissimo tentativo di avvicinarsi ai grandi del tempo, come oggi si farebbe con calciatori, veline e attori. In questo si è persa una grande opportunità.

Poi, nel corso del ‘900, c’è chi capisce che la fotografia possa essere utilizzata per altri scopi. Le macchine non sono più pesanti attrezzature che necessitano un paio di cavalli almeno per esser trasportate, ma si son fatte agili, leggere e di ridottissime dimensioni. La mitica Leica, al termine della prima guerra mondiale, fu in questo rivoluzionaria.

Nasce il fotoreporter e con lui la fotografia fatta al volo, quella che cattura il famoso attimo fuggente. Sviluppando i rullini si notavan cose che a occhio nudo non si eran viste. Oltre la rivoluzione della maneggevolezza c’è anche quella dei tempi di posa ormai ridottissimi.
Grazie alla chimica , ormai i rullini abbisognano soltanto di pochi decimi di secondi per imprigionare la luce necessaria. Se prima ci volevano otto ore per fare uno scatto, oggi in cinquemillesimi di secondo possiamo fermare le pallottole al volo.

Ad esempio William Warnecke riesce, un poco fortunosamente, a fermare l’esatto istante in cui il sindaco di New York, William Gaynor, nel 1910 viene colpito da un proiettile di un attentatore. Famose sono poi divenute foto fatte per caso e velocissime, come, ad esempio, quella dell’esplosione dell’Hindenburg, di Sam Shere (1937).

Caso e fortuna? Troppo rapidi gli scatti per poter parlare di riprese consapevolmente artistiche? Se andassimo a rivedere le immagini di alcuni tra i più grandi fotoreporter del ‘900, non potremmo che vedervi un’unicità artistica che scaturisce dalla consapevolezza di ciò che si sta facendo.

Quando Roberto Cagnoni, Robert Kapa, monsieur Cartier Bresson e mister Walker Evans, tanto per citarne alcuni, scattavano, il prodotto era arte consapevole. Certo, magari non studiata nei minimi dettagli, ma consapevole sì.

Poi qualcuno ha deciso di unire la parola, magia di un tempo, alla fotografia, magia dei nostri giorni. Tra i migliori reportage di guerra, ma non solo di guerra, dei nostri giorni sono da citare quelli di Ettore Mo e Luigi Baldelli. Il primo scrive, il secondo fotografa.

Perché ciò che la parola può, l’immagine non deve e non sa. E ciò che la fotografia annuncia, la parola mai potrebbe capire. Un connubio fortunatissimo, frutto dell’esperienza di due vagabondi di mestiere che, nei loro libri, ci hanno raccontato, in tutti i modi espressivi di oggi, il nostro mondo.

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LIBRI

Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

"Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini" di Fabrizio Gatti - Bur, 2007

Tiziano Terzani: una vita per immagini

"I viaggi di Tiziano Terzani" di James Whitlow Delano - Vallardi A., 2008



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