Un ricco notabile fiorentino del Trecento. Un “voto” per salvarsi l’anima. Un colle “Santo” per onorarlo. Una dimora per la vecchiaia. Un testamento datato 1338. Teorema di una storia che ha dato vita alla Certosa del Galluzzo, fuori le mura di Firenze.
Era il 1341 quando Niccolò Acciaioli firmò l’atto di donazione della terra sulla collina rocciosa del Monte Acuto, per fondare un “munisterio dell’ordine di certosa” da lui voluto come eremo solitario, divenuto poi “lo più notabile loco a tutta Italia”.
Facoltoso uomo d’arme e di corte, fece carriera lontano da Firenze, nel regno di Napoli presso la corte angioina dove fu nominato Gran Siniscalco del Regno e Vicerè di Puglia. Nel cuore sempre la natia Firenze. E nella testa quell’idea ispirata da sofferti slanci mistici.
In un’epoca di tumulti dagli esiti incerti, alla volta di un rischioso viaggio, l’Acciaioli “a titolo di voto” lasciò scritto che l’eremo, dedicato a San Lorenzo Martire, doveva essere semplice, rigoroso e affidato a 12 certosini. Per se, solo una cella simile a quella dei monaci.
Incline agli agi e non avvezzo al vivere monastico. Superati timori dell’anima, mosso dall’amicizia del Boccaccio e del Petrarca, nel magnate prevalsero arte e cultura. Così decise di aggiungere all’eremo un grande edificio.
Morì giovane Niccolò Acciaioli, nel 1365. Non vide mai finito l’ambizioso progetto, anche se la struttura aveva già l’aspetto di un castello feudale. Più simile ad una fortezza degli uomini piuttosto che ad un luogo di fede.
Lenta e senza troppo clamore la storia della Certosa del Galluzzo fino al 1810 con l’irruenza di Napoleone. I Certosini lasciarono quel “munisterio” nel 1866 passando il testimone ai Cistercensi dall’ascetismo severo e dalla serena ospitalità.
Imponenti muri di contenimento e bastioni circondano il complesso che sorge in un luogo ben evidente nel paesaggio fiorentino, da molti conosciuto unicamente perché domina austero e silente la strada che conduce all’uscita dell’Autostrada del Sole.
Pochi quelli che hanno varcato l’ampia porta per ammirare le Chiese, i chiostri e il capitolo, le ampie celle, gli straordinari affreschi raffiguranti il Ciclo della Passione che Pontormo dipinse a partire dal 1523, quando si rifugiò alla Certosa per fuggire la peste.
Ogni luogo storico ha i propri segreti. Nascosti nei corridoi, nelle stanze, nei meandri più inaccessibili. Liberarli dalle pietre è un’ emozione coinvolgente. Basta seguire il monaco nel presunto tratto che serviva a portare il pasto ad un padre certosino nella sua cella.
Salire l’antico scalone cinquecentesco fino al grande chiostro rinascimentale. Al centro un grande pozzo e, in alto lungo il loggiato, formelle di terracotta invetriata dei fratelli della Robbia. Volti di santi dai quali affiora l’energia dell’anima.
Mirabile esempio di vita contemplativa, i due Chiostri. Su quello centrale si aprono le celle. Sobrie e affrescate. Semplice e razionale, secondo la più raffinata esperienza monastica, il piccolo Chiostro dei Conversi.
Poche parole, sguardo basso e indulgente. Il cistercense dall’abito bianco e nero, passa dal Refettorio alla Chiesa di San Lorenzo. Manieristica, col sontuoso altare marmoreo del Settecento, ricca di affreschi e dipinti, e una cripta che accoglie le tombe degli Acciaioli.
Concesso dal luogo – la Sala del Colloquio – il monaco acquista forbita favella e racconta che i Certosini, seduti in fila sulle panche, si radunavano per decidere, organizzare o semplicemente dialogare. Silenzio, digiuno e solitudine le regole dell’Ordine Certosino.
Con più vigore e malcelato orgoglio spiega l’Ordine Cistercense. Povertà, devozione a Maria, lavoro manuale e capacità di adattamento alle esigenze di vita dell’epoca e del mondo circostante. Regole e ideali al passo coi tempi e sempre contemporanei.
Chiusi, i sotterranei e la Pinacoteca. Resta la Liquoreria dove i cistercensi della Certosa di Firenze producono con metodi antichi distillati, infusi e decotti. Separazione a vapore con fuoco a legna, infusione e torchiatura di erbe, fiori e radici. Dagli spazi immateriali della Certosa voci mistiche sussurrano la storia del posto, la fatica e l’omaggio di un uomo, l’Acciaioli, che volle fortemente un luogo senza rumori che “In sua movenza è fermo”.





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