Chissà se Federico Fellini, lui che non aveva mai rivisto un suo film, avrebbe fatto un’eccezione per “ 8 ½”. Forse sì. Proprio a Chianciano il Maestro trovò l’ispirazione per il suo capolavoro, il più rappresentativo e famoso nel mondo. Con mirabile fusione di scenografia e musica in un creativo delirio per ritrovare se stesso, ridisegnò le Terme e le rese uniche.
Dal 28 al 30 agosto c’è stato “Incantesimi felliniani” nella “Grande Festa di Chianciano”. Le Terme hanno riscoperto l’antica noblesse, celebrando l’opera migliore, che qui fu concepita e ambientata. Seppur trasfigurate dall’occhio immaginifico del regista, le terme appaiono, in ogni inquadratura. Atmosfera sognante, languida, magica. Un sogno che narra con distorsioni oniriche la vera identità di Chianciano.
Luogo di rigenerazione, d’incontro e di cura. Fellini e Chianciano. Delirio e realtà. Amore a prima vista tra la località toscana e il grande regista. La gente, i paesaggi, l’aria, l’antichità. Le sue terme, che frequentava con Giulietta. Una bella amicizia durata per tanti anni. Fino alla sua morte.
Anche le vicende storiche dell’amena cittadina sono così dense da sembrare epiche. Abitata già nel neolitico fu per gli Etruschi luogo sacro. Per primi affidarono la salute ad una coppa d’acqua. Porsenna, il potente lucumone di Chiusi si limitò a restaurarsi il fegato beneficiando delle proprietà terapeutiche delle acque quando ancora affioravano liberamente dalle polle. Era il VI° a. C.
Sulla scia degli Etruschi, anche i Romani, cultori del corpo e della forma fisica, accordarono fiducia alle “acque diverse”. Vallone e Tibullio celebrarono le balsamiche acque, mentre Orazio “le cantò” consigliando le cure all’Imperatore Augusto.
Con la caduta dell’Impero romano non venne meno la funzione “igienista” dei bagni di Chianciano. Negli anni bui degli scontri tra Guelfi e Ghibellini, tra Siena, Orvieto e Montepulciano, Chianciano fu al centro della “Guerra delle Acque”. Tra il Duecento e il Trecento il territorio era dominio dei conti Manenti di Sarteano, asserviti a Siena le cui mire espansionistiche si spingevano fino alla Val di Chiana.
A contrastare le pretese senesi c’erano, però, Orvieto e Montepulciano spalleggiate da Firenze, sempre a caccia di occasioni per intralciare i progetti della città del Palio. Nel 1237 Orvieto, forte dell’appoggio fiorentino, riuscì ad inserire Chianciano nel proprio contado. Nonostante le alterne vicende, Chianciano si organizza in Comune e nel 1287 vedono la luce gli Statuti chiancianesi che stabilivano norme anche per la manutenzione e la protezione delle acque e dei bagni presso l’antico “castellare” di Sellena.
“Catino d’oro e miniera d’oro”. Ferdinando II dei Medici, alludendo chiaramente alla preziosità delle sue acque, conia un nuovo appellativo per le terme dando il via alla loro nuova fioritura. Poteva la storia immaginare che in un lontanissimo futuro, un altro illustre uomo potesse attingere a quel “catino magico” dal fascino e dall’atmosfera inimitabile, per cambiare se stesso e il linguaggio del Cinema?
Chianciano è adagiato sulle colline che separano l’alta Val d’Orcia dalla Val di Chiana. La strada si srotola in una serie di curve, costeggiata da boschetti, mentre si scorge il massiccio del monte Cetona, superbo custode della zona avvolto nella foschia azzurra della lontananza.
Saldate al vecchio nucleo con uno splendido viale, si estendono a semicerchio le Terme aprendosi verso le colline umbre. Acque più preziose dell’oro, dell’argento e della terra. Quattro le maggiori, e corrispondono ai quattro segreti della salute: Santa, Sellena, Fucoli e Sant’Elena. Fegato, cuore, stomaco, reni.
Mentre la città nuova risente dell’effervescente attività turistica dal carattere allegro e mondano, quella storica, circondata da colline boscose di querce, faggi, lecci e castagni in un ambiente sano e incontaminato, vive in un torpore nostalgico racchiuso nelle fatiscenti mura tardo-rinascimentali che nascondono loggiati, stradine, piazzette, palazzi medievali e ottocenteschi.
E’ stata forse quell’atmosfera, in bilico tra contemporaneo e retrò. Forse quella vivibilità remota, appartata com’è nel suo nucleo antico. Quei caffé di provincia, i concertini con musiche fine secolo. Quel ritmico alternarsi delle cure, in un’atmosfera ora di balletto, ora di tragedia. Tra i fumi dei soffioni, le acque, i bagni, le sorgenti.
Ricordo, sogno, fantasticheria. Forse la voglia di ritrovarsi creando un alter-ego. Forse perché più che realizzare un film, Fellini realizzò se stesso. A Chianciano. Scenografia e musica nell’onirico cerchio finale. “È una festa, la vita. Viviamola insieme”.






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