Ogni Paese, ogni governo e istituzione, sono, in quanto creazioni della volontà e delle capacità dell’uomo, ontologicamente contraddittori.
Dove la coerenza traballa, nelle crepe che da trascurabile seccatura si trasformano in evidente disagio, lì nascono obiezioni e resistenze.
In Colombia, dal 1810 (anno dell’indipendenza dalla Spagna) ad oggi, si sono regolarmente avvicendati colpi di stato, guerre civili e governi incapaci di imporre stabilità e legalità.
Lo storico conflitto tra i seguaci di Bolivar e Santander, le centomila vittime della guerra dei mille giorni nel 1899 e le trecentomila de la Violencia nel 1940-50, hanno portato alla creazione di un Fronte Nazionale liberal-conservatore.
Nonostante il tentativo di far convivere le due anime servisse a placare gli scontri e a iniettare una dose di fiducia nel Paese, nel 1964 scoppiò la guerra civile.
Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), organizzazione di estrema sinistra costituitasi in questi anni come braccio armato del Partito Comunista Colombiano, hanno segnato in modo profondo il recente passato della Repubblica sudamericana.
Classificate dal governo colombiano, da Stati Uniti e Unione Europea come “organizzazione terrorista–criminale-narco”, le FARC si autodefiniscono un movimento di guerriglia.
Arroccati nelle giungle del sud-est del Paese, i guerriglieri (tremila secondo stime ufficiali) da sempre combattono i ricchi, il capitalismo, la violenza dei reparti paramilitari e la costante ingerenza degli USA nella politica nazionale.
Contraddittori e anacronistici. E se il peccato di illogicità non è da girone dell’Inferno, lo è invece la strumentalizzazione di ideali inconciliabili con la realtà coeva, che sembrano radicati, tanto sono lontani, nel Medio Evo e non nel secolo scorso.
Che senso ha, oggi, combattere in nome di Lenin e Marx contro il sistema capitalistico se poi ci si arricchisce con il traffico della droga, un impero di denaro e morte che poco differisce da una multinazionale?
Che senso ha denunciare gli abusi delle organizzazioni statali se poi si rapiscono e si lasciano morire di stenti attivisti e oppositori politici?
A partire dagli anni ’70-’80, molti tentativi sono stati fatti nella direzione di un possibile dialogo tra governo e Forze Rivoluzionarie.
Il conservatore Belisario Betancur, salito alla presidenza nel 1984, raggiunse inizialmente un accordo con la leadership delle FARC e di un’altra organizzazione armata, l’M-19, che stabiliva, in cambio della liberazione di molti guerriglieri, il cessate il fuoco.
Il presidente colombiano creò quindi l’Unione Patriottica (UP), organizzazione legale alla quale aderirono molti combattenti con l’intento di rappresentare la guerriglia.
Nel corso degli anni ’90, durante la presidenza Trujillo, venne firmata una nuova Costituzione e il confronto con l’M-19 e altri gruppi minori portò alla loro quasi totale scomparsa.
I contatti con le FARC andarono nondimeno scemando, contribuendo ad inasprire una situazione già di per sé delicata e che ha condannato il Paese alla situazione odierna.
Ultimamente il presidente venezuelano Chavez si è impegnato a ristabilire un dialogo con il leader della guerriglia Marulanda e con il suo braccio destro, Ivan Rios.
Chavez è probabilmente il candidato ideale ad assumere le vesti di mediatore; infatti, al contrario del filoamericano Uribe, condivide con le FARC l’orizzonte marxista-leninista e bolivariano.
Sfiorando più volte la crisi politica tra i due Stati, Uribe ha espresso la propria contrarietà all’operazione e insinuato il dubbio che Chavez porti avanti il dialogo allo scopo di costituire un nuovo staterello, amministrato dalle FARC e associato al Venezuela.
La verità è che, nonostante l’assasinio di Ivan Rios (1 marzo) e l’indebolimento dell’organizzazione, ci sono ancora molte zone scoperte dell’entroterra, dove fioriscono coltivazioni di droga e dove povertà e disperazione possono portare nuova linfa alle FARC.





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