Una volta c’era la Jugoslavia. Dopo la guerra (1992-95), nuovi stati e tante cicatrici (come i campi minati, molti dei quali non ancora scoperti). Un conflitto marchiato dal non interesse della selezione naturale (o forse multimediale). Qualcuno non ha dimenticato.
La ventinovenne bosniaca Evira Mujcic, già autrice “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica” (2007), ha appena pubblicato “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”.
Elvira Mjucic, cos’è “E se Fuad avesse avuto la dinamite?” E’ il viaggio dentro un paese che ha cessato di esistere, in agonia tra i simboli di un passato lontano e gli incubi di un passato vicino che non lasciano spazio al presente. In alcuni punti mi sembra di aver ricostruito, attraverso i personaggi, il museo degli orrori.
Quanto c’è di personale in questo libro? Quanto c’è di Zlatan (il protagonista del libro) in Elvira Mujcic? Molte cose sono seriamente accadute a me, altre sono cose che ho provato, altre ancora mi sono state raccontate da amici. In Zlatan c’è molto di personale: tutte le sue peripezie italiane con la burocrazia, nonché i suoi drammi relazionali. Ma non è solo in Zlatan che mi sono identificata. Anche lo zio è una sorta di alter ego . In Zlatan ho riversato la mia incapacità di prendere parte, il dubbio che mi attanaglia sulle questioni della mia terra. Lo zio invece esprime la mia arroganza, il mio istinto di proteggere la mia gente dai revisionismi, il mio cercare di non dubitare per vivere meglio. Io sono divisa tra Zlatan e lo zio. Credo che siano usciti cosi credibili perché sono veri. Coesistono in me.
Hai vissuto in Bosnia fino a dodici anni, e poi sei venuta in Italia. Com’era la vita a Srebrenica prima dell’inizio della guerra? Quant’è cambiata la città (e la gente) da allora? Srebrenica è la città della mia infanzia, della vita normale prima dello stravolgimento della guerra e in seguito del genocidio, quindi ai miei occhi appare un posto idilliaco. Parlo del prima naturalmente. Ora è una città fantasma, vive di memorie di morte. La gente che abitava un tempo a Srebrenica non ci vive più, sono pochissimi gli abitanti autoctoni. Ci vivono i profughi, anziani, coloro che non hanno un posto migliore dove stare.
Ho letto nelle note biografiche che sei scappata dalla Bosnia a inizio del conflitto. C’è un pensiero particolarmente forte di quei giorni? Ci sono così tanti pensieri al riguardo. Sono passati anni e sono più che altro considerazioni a posteriori. Ho più che altro il ricordo nitido dell’autobus sul quale lasciavo Srebrenica. Ricordo perfettamente tutte le parole, i volti e ogni volta che ci ripenso mi vengono i brividi, perché allora era ancora tutto salvabile.
Sperando di sbagliarmi, descrivi talmente bene certe macabre scene che pare tu vi abbia assistito. Io ho vissuto una guerra più impersonale, diciamo. Sono stata per molti mesi in un paesino della Bosnia dove però l’esercito non è mai entrato, quindi ho vissuto “solo” bombardamenti aerei e quelli via terra. Ho vissuto alcune scene, non tutte quelle che descrivo. Molte cose me le hanno raccontate e allora le ho fatte mie, le ho elaborate per poterle raccontare.
Racconti di una brutalità vergognosa nei confronti della donna. Perché secondo te in tempo di guerra, la bestialità dell’uomo si ritorce sempre verso il tuo sesso? Lo stupro etnico è sempre stato una delle armi di guerra più feroci. Ci sono svariati motivi del perché la bestialità dell’uomo si ritorce contro la donna. Può essere perché siamo il sesso “debole” o perché come la terra, anche il corpo di donna è un terreno di conquista, perché un gesto tanto intimo trasformato in un atto bestiale fa sentire vincenti sul nemico. O forse ancora perché la pulizia etnica parte ancora da prima della nascita e bisogna “seminare” la propria etnia.
Se un regista ti chiedesse di fare un film del tuo ultimo libro, qual è il messaggio che vorresti trasparisse? Ci sono tante cose che dico con questo libro, messaggi di svariata natura. Una cosa che vorrei fosse centrale è il rapporto dello zio con Zlatan, la loro evoluzione e il loro ragionare sulla memoria. Credo che le cose del passato si ripetano continuamente perché si ha una memoria sbagliata, una sorta di retorica.
“A che scopo, allora, scrivere questa storia? A che scopo ricordare? Per essere sicuro di non smettere di odiare mai o per far sì che non si ripeta? Che illusione infantile pensare che basti avere memoria perché le cose non si ripetano. A volte, forse, si ripetono perché si ricorda troppo”, Elvira Mujcic (estratto da “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”).






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Il libro è molto bello e l’autrice molto brava. Un eccellente seguito a “Al di là del caos”. A quando il prossimo?