Londra è come una madre: morbida ed accogliente come lei, denota le stesse caratteristiche di comprensione ed espressione.
Londra è come un padre: perfettamente gestita da una serie di rigide regole e leggi di civile convivenza, che permettono ad effervescenze creative di diversa manifestazione ed origine, di convivere e mescolarsi, dando vita a quello splendido e prezioso crogiuolo alchemico che sublima nella possibilità di un talento di manifestarsi e farsi conoscere.
Ha l’innata capacità, esercitata nel corso dei secoli grazie alla sua apertura all’alterità, di scivolarti dentro pervasivamente, eradicando ciò a cui eri saldamente legato ed estrapolando il motivo inconscio per cui hai scelto di trasferirti, dandogli luce e vita.
Londra, essendo composta da assunti contraddittori data la sua diversa essenza, è foriera di paradossi, che sono di per sé manifestazione creativa, poiché la tensione contrapposta è dinamica, quindi vitale.
Tutte le persone che qui risiedono, hanno un grandissimo rispetto di ogni norma di convivenza civile, sia dettata dalla legge che innata: non potrebbe altrimenti essere in una terra che ha fatto della sua apertura fondamento della sua ricchezza e di un’evoluzione costante.
Ma quando questo assunti si incrinano, quando le regole vengono infrante, questo avviene con il tono di voce più connotato e più forte che si possa udire: in un modo che appare stridente, tanto eclatante ne è la manifestazione.
Sorge quindi un quesito profondo, così come è profondo il rispetto che nutro per questa terra che molto mi sta dando e molto mi sta mostrando: cosa succede, quando, pur essendoci le possibilità di sviluppo, qualcuno che qui è nato non riesce a trovare il modo di esprimersi e di vedere quali sono i suoi talenti e le sue capacità?
Cosa succede quando si è comunque inseriti in un contesto molto più ampio, occidentalmente brandizzato, che non pone ascolto alle inclinazioni naturali ed alle doti innate, dei più giovani?
Cosa succede a questi ragazzi, anche giovanissimi, che non trovano una comunicazione a loro comprensibile che sia in grado di fornire modo e spazio espressivo, ma invece solo negazione e indifferente silenzio?
Succede allora che di questo si rivestono probabilmente a guisa di protezione da un’indifferenza sorda. L’impossibilità di trovare la propria strada a dispetto della potenzialità innata ed offerta da un contesto efflorescente, lacera profondamente.
Nasce così l’esigenza di manifestare la propria presenza, il proprio essere qui ed ora, il fare sentire la propria voce. E questo richiamo all’attenzione e dell’attenzione, avviene in modo violento, viscerico, istintivo e deturpante. Ci si riferisce sempre agli altri, con una declinazione di linguaggio con cui loro a noi si sono relazionati.
E così, un omicidio che colpisce non solo per la sua essenziale brutalità, ma soprattutto per il suo essere estrema manifestazione di non inclusione e comprensione della vita umana, diviene un messaggio.
Una dichiarazione di esistenza e presenza. Una dichiarazione delle proprie regole istituite e stabilite. Una dichiarazione di appartenenza ad un gruppo che non è né la famiglia, né la scuola, né alcuna altra istituzione che dovrebbe incanalare e guidare.
Viene così erroneamente colmata una lacuna che giorno dopo giorno diventa voragine distruttiva.
Lo strumento di offesa mortale viene sempre più spesso preso nel nido domestico. Quel nido che forse anziché fornire fondamenta ed essere ammorbito da soffice piumaggio, è carente e irto di spine.
E di conseguenza il mondo esterno, la strada, i locali, divengono territorio adottivo, vissuto come vera appartenenza, e come tale, secondo le dinamiche di cui sopra, gestito e difeso.
Sempre permeato però di un’indifferenza ipodermica protettiva. Un’indifferenza oramai dipinta in volto. Un’appartenenza domestica che si manifesta nella gestualità e nelle movenze urbane.
Solo comprendendo gli assunti, comprenderemo le conseguenze.
Solo fornendo medicamento culturale, potremo lenire ferite sociali.





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