Blu cobalto in mezzo al Baltico. Sembra uno scioglilingua, ma è quanto di più vero ci sia nella realtà. Un ponte in mezzo all’azzurro più intenso. Tonalità Atlantiche accompagnano il viaggiatore che può fare a meno del battello, e continuare il suo tragitto in macchina o in treno. Può succedere anche questo. Lassù. Al nord. In Danimarca.
La struttura dello stato scandinavo è molto frammentata, ed è costituito da un’ampia penisola, lo Jutland, che confina con il nord della Germania, più oltre quattrocento isole e isolette fra cui Sjælland, Fyn, Falster, Lolland, Vendsyssel-Thy e Bornholm. La capitale Copenaghen è situata sulle isole di Sjælland e di Amag.
Sebbene ci fossero i ferry boat che collegassero le isole, l’inverno rigido spesso impediva la navigazione. Fu così che nel 1987 il Parlamento approvò la costruzione di un collegamento nello Stretto del Grande Belt (lungo circa sessanta chilometri) fra le due maggiori isole danesi: Sjælland, dove sorge la capitale, e Fyn, la cui città principale è Odense, culla di Hans Christian Andersen (1805-1875), scrittore e poeta, ma soprattutto favolista.
Dopo più di dieci anni e la spesa di 29 miliardi di corone danesi, il 14 giugno 1998, la Regina Margherita II di Danimarca inaugurò il ponte. Una struttura complessiva di diciotto chilometri che comprende tre principali costruzioni: il ponte orientale per le autovetture che va da Sjælland alla piccola isola di Sprogø, il ponte occidentale per macchine e treni e il tunnel orientale per i treni.
Arrivato sull’isolotto di Sprogø, chiedo di spegnere il motore e poter guardare le due rive. Il mare mi sembra nuovo. Come se non lo avessi mai visto. Mi sbraccio come un forsennato nel cercare di attirare l’attenzione di un traghetto che sta passando poco distante. Qui il cielo pare voler assomigliare all’acqua.
Poi di nuovo sul ponte. Chissà se Andresen l’avrà sognato. Chissà quante volte la fantasia che ha contraddistinto la sua immaginazione, portò lo scrittore de La Sirenetta (1837), Il brutto anatroccolo (1843), La piccola fiammiferaia (1845), a immaginare ponti di ghiaccio (o di chissà cos’altro) che unissero la sua isola a chissà dove.
Da degno ammiratore, mi alzo e immagino che dai miei occhi escano raggi costruttori. E possa recarmi dovunque io voglia. Poi apro gli occhi, e vedo ancora che sono sul Grande Belt, mentre i tanti uccelli marini inseguono le onde baltiche. In fin dei conti, anche questa è fantasia. Basta saperla riconoscere ogni giorno. E apprezzare.





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