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Dall’Africa nera all’Asia, le usanze del fatidico “sì” - foto : Due sposi dell'Asia centrale nel giorno del
Due sposi dell'Asia centrale nel giorno del "sì" © Monica Genovese

Dall’Africa nera all’Asia, le usanze del fatidico “sì”

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Il momento del sì. Agognato, imposto, combinato. Comunque sia, il matrimonio rispetta regole, quasi ancestrali, in ogni paese in cui viene celebrato e, come si suol dire: paese che vai usanze che trovi.

Nell’Africa nera in cui, nonostante i tentativi di cristianizzazione, sopravvivono rituali pagani, il matrimonio è celebrato con una festa che dura circa tre giorni e vede coinvolte le due tribù, di origine masai, di appartenenza dei giovani sposi.

Alle nozze, se non si tratta di prima moglie per lo sposo, partecipano anche le altre consorti. Fino ad un massimo di quattro. La ragazza viene scelta dal giovane anche solo pochi giorni prima della celebrazione e se il padre accetta la proposta del corteggiatore, la giovane è tenuta ad acconsentire.

Gli abiti nuziali sono rigorosamente rossi come rosso è il colore della terra con cui si tingono corpo e capelli.

Una vola sposata alla donna spetta la cura della capanna e dei bambini, mentre i più grandicelli si dedicano al pascolo e gli uomini, abbigliati da guerrieri, trascorrono il loro tempo all’ombra di qualche acacia.

In Asia centrale, in particolare in Uzbekistan, paese moderatamente musulmano, i giovani convolano a giuste nozze, prima con rito civile, poi religioso. Il primo comprende un lussuoso, ampio e vistosissimo abito nuziale bianco per lei, in stile occidentale, fatto di materiale acrilico, riccamente adornato con perline e strass. E un completo scuro per lui.

Considerando che, la maggior parte di queste cerimonie si svolge sotto la calura di quaranta, cinquanta gradi estivi, i tessuti sintetici, non aiutano, certo la traspirazione!

Le spose acconciano i capelli nel medesimo modo, quasi fosse uno standard. Capelli raccolti sul capo e corona di chiara bigiotteria sulla testa da cui parte il velo tenuto, poi dalle damigelle.

I novelli sposi devono rigorosamente evitare di sorridere. Sarebbe un gesto considerato gravemente sconveniente e inopportuno. La tradizione locale vuole, infatti, che la sacralità e l’importanza del matrimonio siano rese evidenti dalla serietà dei volti degli sposi. Insomma, guai se scappa da ridere.

Si chiama Himba. E’ il nome della tribù che vive in Namibia e che rispetta, sin dalla notte dei tempi, i propri usi in fatto di nozze. Tutto il villaggio è coinvolto e tutto inizia dal trattamento riservato al proprio corpo.

Le fanciulle nubili, ad esempio, si acconciano i capelli con tante piccole trecce, mentre un ornamento più particolare indica l’avvenuto mestruo. E’ un segno decisivo e indicativo. In questa occasione la giovane è pronta a maritarsi e a mettere al mondo dei figli.

I bambini, invece hanno un solo codino fino all’adolescenza a cui ne viene aggiunto uno nuovo quando raggiungono la maggiore età. Il doppio codino suggerisce che sono adulti.

Il matrimonio può avvenire a qualsiasi età, anche nella prima infanzia, sebbene la bambina resti in casa con la propria famiglia fino al raggiungimento della pubertà quando è pronta a trasferirsi dal marito.

Se in occidente esiste la dote, in Namibia vige l’uso dei “lodola”, ovvero il prezzo, sotto forma di animali da pascolo, che i genitori delle sposo versano ai genitori della futura nuora a dimostrazione dello status sociale.

Anche in Giordania la festa nuziale dura tre giorni ed è suddivisa, come tradizione vuole, in altrettanti momenti di iniziazione per gli sposi.

Il primo giorno, detto “Henna” o “Dhahab” (oro) prevede che il fidanzato regali all’amata la henna, ovvero hennè e dei gioielli d’oro. Il secondo giorno, definito “Dokhlah”, ovvero “entrata” è quello in cui la sposa entra definitivamente nella casa dello sposo.

Qui, nella privacy della camera nuziale, si consuma il matrimonio. Ma fuori dalla stanza, la privacy è accantonata dalla presenza, non sempre discreta, dei parenti che aspettano la conferma della verginità della giovane.

A conferma ricevuta, i presenti festeggiano sparando colpi di pistola in aria. Molti sposi, oggi preferiscono consumare la prima notte di matrimonio quando la festa termina e gli invitati vanno via.

Il terzo giorno è detto del “Mansef”. Piatto tipico beduino a base di riso e pollo, che viene offerto dallo sposo ai suoi invitati, solitamente in un grande piatto unico da cui mangiano tutti insieme.

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LIBRI

Pappagalli verdi

"Pappagalli verdi" di Gino Strada - Feltrinelli, 2003

Seta Nera, mondo neosovietico

"Seta Nera" di Rafael Dezcallar - Fbe Edizioni, 2010



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